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Fabrizio Gifuni: "Vi racconto quello che nessuno sa di me"

Primo equivoco: un attore di teatro e di fiction “impegnate” è per forza un uomo molto serio. Secondo equivoco: se hai fatto il Papa, il presidente del Consiglio, lo psichiatra rivoluzionario, sul tuo curriculum c’è scritto: astenersi cine-panettoni. A meno che non ti chiami Fabrizio Gifuni...

Lui è Paolo VI, lui è Alcide De Gasperi, lui è Franco Basaglia. Lui è giovane, vecchio, santo, matto da legare. Lui è Fabrizio Gifuni, prodotto “di nicchia” della natura umana: colto, gentile, segretamente capace di ridere. Visto in tv da milioni di persone (più di sei, soltanto per la sua interpretazione di Franco Basaglia), è poco “conosciuto”, perché la sua faccia sparisce in quella delle persone che ha messo in scena: ogni volta cambia gli occhi, la voce e i gesti. Sarà anche stato un Papa, ma Gifuni - quello vero - gira per Roma con uno zainetto sulle spalle, neanche fosse un adolescente. E, mentre parla, pensa accarezzandosi i capelli, proprio sopra le orecchie. Ho letto che è capace di “entrare nella linea del suono della gente”: partendo dalla voce riesce ad arrivare alla mente di chi ha di fronte. Sarà vero? Nel dubbio, tengo a bada la mia, di voce (per non svelare chi sono), e ascolto la sua (per capire chi è): è bassa, impostata. Ho paura che reciti.
Gifuni, le interviste non le piacciono, vero?
«A me piacerebbero anche. Ma sono gli intervistatori, di solito, a esserne delusi. Leggo nei loro occhi una specie di frustrazione. È come se mi dicessero: “Tutto qui? E io che cosa scrivo? Che titolo faccio? Non hai un piccolo segreto, una storia. No? Almeno un hobby...”» (ride).
E lei niente: sordo al grido di dolore del giornalista…
«È che sono una persona mediaticamente poco interessante, davvero non ho nemmeno un hobby».
E se invece fosse soltanto snobismo?
«La verità è che non mi piace questo mondo dove tutti sanno tutto di tutti. Se quelli che vengono a vedermi a teatro sanno tutto di me, sono meno interessati al personaggio che interpreto. Un po’ di mistero serve, dà forza a quello che fai. Apre la mente a mille possibilità».
Anche le interviste possono servire: basta che sia chiaro che non sono verità rivelate, ma piccoli racconti attorno a persone famose e possibilmente interessanti.
«Ehi, io non voglio diventare un capitolo di un romanzo d’appendice… » (ride).
Non succederà, glielo prometto. Dica la verità: lei fa sempre interviste molto colte perché teme di precipitare in un cliché. E magari rischia di cadere in un altro.
«Io parlo come parlo. So che dovrei crearmi un personaggio, è così che si fa di solito: si decide a tavolino chi e come si vuole apparire e poi si fa la parte con stampa e tv. Ma io so recitare solo in scena».
Soprattutto ruoli drammatici, perché?
«Per un equivoco. Ho cominciato con questo tipo d’interpretazioni e sono stato infilato nel cassetto “attori drammatici, borghesi colti, d’élite”…».
E invece in quale “cassetto” vorrebbe essere infilato?
«Nessuno. Penso che un attore possa entrare in qualsiasi ruolo. Farei volentieri una commedia, per esempio».
Lo farebbe un cine-panettone?
«Io leggo tutte le proposte, senza pregiudizi».
E poi come sceglie?
«Dunque: mi deve piacere la storia, deve appassionarmi il personaggio, la scrittura dev’essere interessante, il regista convincente, i colleghi bravi...».
Ho capito: niente cine-panettone.
(Ride) «La verità è che poi si sceglie sempre d’istinto».
Lei è uno che fa così? È stato l’istinto a portarla fin qui?
«È una passione che ho contrastato fin che ho potuto. Ho cominciato a recitare a 16 anni, ma sono arrivato alle soglie della laurea in giurisprudenza per dirmi che il teatro è la mia strada».
Perché così tanto tempo?
«Metto continuamente ostacoli fra me e quello che voglio, per sapere se lo voglio veramente. Quando ho capito che la mia era una passione autentica, l’ho seguita. Fino in fondo».
Adesso, a 44 anni, che cosa è il teatro per lei?
«È tutto quello di cui ho bisogno. Io ho un grande privilegio: faccio quello che sono. E viceversa. Lavoro e vita corrispondono».
Lei è fortunato.
«Ho detto che il mio è un “privilegio”, non un “regalo”. È una conquista che, oltretutto, va riconquistata continuamente. Un po’ come in amore: se incontri la persona giusta non puoi considerarla tua per sempre, sperando che il miracolo di amarla si rinnovi ogni giorno esattamente come il giorno prima».Lei (sposato con l’attrice Sonia Bergamasco) ha due bambine, di 6 e 4 anni...«Vederle crescere è un godimento assoluto».
Lo sa, Gifuni, che lei ride tantissimo?
«Non ha idea di quanto io mi diverta ogni giorno: sono un vero comico. Ma non lo dica in giro, se no mi chiamano in tv (è già successo) dicendomi: “Gifuni, facce ridere….”. E lì io mi blocco».
E se invece io le dicessi: “Gifuni, mi reciti una poesia”…
«Ma è matta?».
Ho capito, niente improvvisazioni. Lei come prepara i suoi personaggi?
«Leggo, guardo film, documentari, ascolto, penso, mi immergo completamente nella persona che devo interpretare. E poi ne esco, cercando di dimenticare tutto».
Perché?
«Perché devo riuscire a rimanere in equilibrio. Dritto: camminando sul filo che ho teso fra la persona che sto interpretando e la persona che sono. Non devo cadere né di qua né di là».
Prossima interpretazione?
«Il 21 maggio sarò a Fabriano per la prima tappa di un piccolo tour (che ripartirà nella prossima stagione). Sarò in scena con L’ingegner Gadda va alla guerra. Un omaggio a Gadda e alla sua sofferenza grandissima, la sua rabbia contro l’Italia e gli italiani. Una rabbia che metto in scena anche in ’Na specie de cadavere lunghissimo, un monologo, costruito sugli scritti più “corsari” di Pasolini. Poi sarò ancora a teatro con tre spettacoli musicali…».
Alt! Gifuni, la devo fermare, altrimenti tutto lo spazio a nostra disposizione se ne va in segnalazioni. Lei lavora come un matto. Mi dica piuttosto: condivide la rabbia di Gadda e Pasolini contro l’Italia e gli italiani?
«La condivido, la sento mia. Questi spettacoli nascono da una mia idea e da una mia drammaturgia. Ho cercato e messo in scena le parole che ho sentito più mie».
E che cosa la fa tanto arrabbiare?
«Sono tempi cupi, opachi. Non sopporto l’utilizzo che si fa delle paure della gente. Paura del diverso, della solitudine, della povertà. Mi soffocano i muri che si costruiscono per proteggersi dalla paura».
Che visione buia.
«Le ho mostrato il mio lato luminoso, perché è quello meno conosciuto. Ma io sono, anche, buio. Però, fra lo sguardo di Pasolini e quello di Gadda, io scelgo il secondo. Per Pasolini, l’unica prospettiva era una strada nell’abisso. Gadda invece parla di “paludi della storia” da cui prima o poi si esce. Io ci credo. Cerco di crederci».


Stefania Rossotti
GRAZIA – maggio 2010