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Le mie voci di dentro

locandina Dopo De Gasperi e Paolo VI, è tornato in tv nei panni di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha “cancellato” i manicomi.
Personaggio complesso e difficile da interpretare. Ma tagliato su misura per Fabrizio Gifuni. Uno che, al risveglio, si sente chiedere dalla moglie: ”Oggi quanti siamo?”


Fabrizio Gifuni a teatro è bravissimo. Quando la prossima stagione riprenderà la tournée (appena conclusa a Milano) dell’Ingegner Gadda va alla guerra, a andatelo a vedere: è un’ora di recitazione col fiato sospeso, nella complessa lingua di Gadda e nei meandri della sua disperata esperienza bellica, da cui non vorresti mai staccare. Poi però lo spettacolo finisce, e il mattino dopo ci si ritrova con l’attore nella sala deserta a parlare di follia e di “voci”. In C’era una volta la città dei matti… (su raduno il 7 e l’8 febbraio) Gifuni diventa infatti Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano morto trent’anni fa, che lottò contro la disumanizzazione e violenza degli ospedali psichiatrici, e diede vita alla Legge 180. Quella, per intenderci, che fece chiudere i manicomi.

Lei in tv ha già interpretato personaggi realmente vissuti, da Paolo VI a Alcide De Gasperi, e ogni volta si trasforma anche nell’aspetto. Come fa?
Che siano persone vere o personaggi inventati, ho sempre cercato di cerare prototipi umani il più possibile diversi da me, persino fisicamente. Anche da spettatore, sono sempre stato più affascinato dagli attori irriconoscibili che da quelli che fanno sempre se stessi.
La moltiplicazione dei ruoli e delle personalità ha a che fare con la recitazione, ma anche con la follia.
La schizofrenia è il trionfo dell’invenzione della personalità. Ma il lavoro di Basaglia è stato mettere al centro il confine indefinibile tra normalità e follia. Oltre quale limite un uomo può essere definito “diverso”? Uno dei motti dell’antipsichiatria triestina era proprio: ”Da vicino nessuno è normale”.
E lei quanto è normale?
Se a 26 anni non avessi deciso di lasciare la facoltà di Giurisprudenza per diventare attore, credo che avrei avuto diversi problemi di gestione della personalità. Ho un’energia psichica e un’attitudine al cambiamento che trovano nel mio lavoro uno sbocco naturale. Recitando, posso giocare con queste mie tendenza.
Prima di diventare attore, le è capitato di spaventarsi di questa energia, di non sapere come incanalarla?
Fin da piccolo riuscivo a riprodurre molto bene le voci, compresa quella di uno zio settantenne. A 7 anni feci uno scherzo telefonico a mia nonna, convinto che lei mi sgamasse subito: invece, non capì che non ero lo zio. Mi spaventai, riattaccai e, la sera, con un po’ di timore, lo raccontai ai miei. Mi dissero che era una bella cosa: la nonna era molto sola e io potevo continuare a chiamarla per tenerle compagnia. Questo fatto mi provocò un sentimento duplice: il divertimento nel fingersi un altro, ma anche la sensazione che in questo c’era qualcosa di mostruoso, di terribilmente serio.
Quindi ha continuato a imitare voci?
Sempre, ovunque. Era un demonietto che avevo dentro. Durante il servizio militare mi ha procurato guai: il capitano non ha gradito l’imitazione e mi ha consegnato. La voce di quel capitano la faccio adesso a teatro, è il generale di Gadda. Io mi porto dietro un catalogo di voci, che sento intorno a me e da cui tiro fuori ogni tanto qualcuno.
Con tutto questo archivio di voci le capita anche di parlare da solo?
Certo, dialogo fra me e me. Oppure, solo davanti alla televisione, faccio lunghe improvvisazioni, do fondo al mio repertorio schizofrenico. Il suono della voce è la mia chiave di accesso alla recitazione: mi chiedo sempre perché una persona parla in quel modo, perché la sua voce si è formata così. Attraverso il suono è come se mi impossessassi della testa, ci entrassi dentro.
Lei è sposato con un’attrice Sonia Bergamasco: com’è la voce di sua moglie?
Proteiforme. Lei è anche musicista, ha un approccio più matematico e scientifico del mio, che è emotivo: conosce la lingua della musica e i suoi valori numerici.
Non era lei, fra i due, quello ossessionato dalla precisione?
Le mie ossessioni sono il rovescio della medaglia: avendo un piccolo inferno dentro, tento disperatamente di mettere ordine.
Affettivamente, che cosa le evoca la voce di Sonia?
C’è materiale per psichiatri nel nostro rapporto vocale. L’ho conosciuta prima attraverso la voce che di persona. Nel mio debutto in teatro, “Elettra”, ero Oreste, il figlio che uccide la madre. L’uccisione avveniva fuori scena, e in quel momento esplodeva un canto registrato con un acuto fortissimo: ”Figli non uccidete la madre”. Un anno dopo ho saputo che quella registrata era la voce di Sonia.
C’è qualche voce che lei non si sente di riprodurre, una sorta di tabù?
No: le voci sono proprio un modo per superare il tabù. In realtà, quello che mi interessa attraverso la riproduzione del suono è la capacità di rubare l’anima. Certo, è una vita un po’ sovraffollata. Sonia ogni tanto la mattina mi chiede:”Quanti siamo oggi?”.
Chissà che cosa avrebbe pensato Basaglia. A proposito: com’era la sua voce?
Molto bella, simpatica, veneziana. Capace di sdrammatizzare e riportare le cose alla concretezza.
Come si è avvicinato a lui?
Intanto con un sesno di liberazione. Il suo primo grande testo si intitolava L’istituzione negata, e questo mi ha aiutato a far piazza pulita di De Gasperi e Montini, con cui avevo avuto a che fare in tv. Come sempre, mi sono immerso nella documentazione, ho visto I giardini di Abele di Sergio Zavoli del ’68, che per la prima volta entra nel manicomio di Gorizia dando la parola ai pazienti, e diversi altri documentari. Dopo questo lavoro, però, ho cercato una strada originale: non sono un clone.
Che cosa pensa oggi dell’apertura degli ospedali psichiatrici, del lavoro fatto da Basaglia e dai suoi collaboratori?
E’ stata una delle poche rivoluzioni attuate in questo Paese, andava molto oltre i perimetri della psichiatria, toccava le scienze sociali e umane. Abbiamo lavorato fianco a fianco con persone che adesso stanno bene ma che hanno attraversato quel tipo di esperienza, gli elettroshock, la contenzione…
La città dei matti potrà chiarire alcuni dubbi sulla Legge 180: ogni volta che una persona con disturbi psichici compie azioni pericolose, c’è qualcuno che chiede la riapertura dei manicomi…
Una fiction non ha il compito di insegnare e spiegare. Però spero che a qualcosa serva. Sulla 180 c’è molta ignoranza: è percepita come la legge che ha liberato i matti, scaricandoli sulle famiglie. Ma il fatto è che prevedeva strutture e aiuti che in alcune regioni non sono ami arrivati. Mentre in altre zone, come a Trieste, ci sono i Centri di salute mentale, che sono pubblici e danno grande sostegno a famiglie e comunità.
Rinchiudere un malato significava togliergli la voce. Poi, c’è chi se l’è ripresa, come Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane.
Sì. In altro modo, è successo anche a Gadda: dopo la guerra, la prigionia, la morte del fratello, ha scritto che ra un automa sopravvissuto a se stesso. Ma proprio da quella morte a se stesso nasce lo scatenamento della sua lingua. Diceva Genet che non c’è per la bellezza altra origine che la ferita.
Se l’arte nasce dal dolore: qual è il suo?
Non ho subito eventi traumatici. Ma ognuno porta dentro delle microfratture ed è lì, sulle proprie debolezze, che è più interessante lavorare.
Lei su che cosa sta lavorando?
Sto imparando a tirar fuori un po’ di cattiveria. Io ho la propensione a mettermi sempre nei panni degli altri: ce l’ho nel lavoro, ma me la porto dietro anche nella vita, e questo comporta qualche problema. Insomma, devo trovare la forza di rivendicare me stesso, ciò che sono e ciò che ho fatto.
Ha fatto due bambine di 6 e 4 anni: anche con loro fa le voci?
Certo, e le loro voci promettono molto bene. Anzi, ho ripreso alcune improvvisazioni che abbiamo fatte insieme, e le ho portate nel mio lavoro.


Marina Cappa
Vanity fair – febbraio 2010