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C'era una volta la città dei matti

Corpo a corpo

Amo il mio lavoro con tutte le mie forze.
Sono disposto a giocarmi tutto in un teatro. Il corpo a corpo con ogni singolo spettatore nello smarrimento del gioco rituale, i processi creativi e cognitivi offerti al centro della scena, la condivisione con la comunità di quello che qualcuno ha definito un atto sacrale di conoscenza attraverso cui cercare riscatto e resurrezione (Carlo Emilio Gadda in “Eros e Priapo”), tutto questo impagabile corto circuito di aspetti razionali e di pura irrazionalità, insomma, continua a scuotermi e a commuovermi.
Ma se in teatro il corpo a corpo è tutto nel simultaneo confronto con chi condivide con te l’esperienza del rito – ché di questo si tratta – in un film le cose cambiano. Il lavoro procede per differenti dinamiche temporali. Gli spettatori sono una presenza virtuale e rimandata nel tempo. Si rivelano come presenze reali a distanza di mesi, a volte dopo un anno, durante il quale la materia - un tempo incandescente – ha preso naturalmente a raffreddarsi. E, soprattutto, questo cosiddetto ‘pubblico’ prenderà parte, quasi nella sua interezza, alla visione del film in assenza del corpo vivo degli attori. Mancando o essendo in genere esigue le cosiddette ‘prove’, inoltre, l’incontro vero e proprio con il regista avviene sostanzialmente sul set, durante le riprese. Insomma non c’è dubbio che, nel caso di un film, il corpo a corpo dell’attore - soprattutto nella fase iniziale del proprio lavoro - sia con il personaggio. Quel personaggio - ispirato a un’esistenza reale o partorito dalla fantasia degli sceneggiatori – a cui il combinato disposto ‘scelta/casualità’ ti ha messo di fronte. Quell’ altro da te in cui dover sprofondare.
Quando il regista e i produttori di “C’era una volta la città dei matti..” mi hanno ufficialmente proposto la possibilità di interpretare il protagonista di questo racconto, il volto di uno delle più grandi personalità della storia italiana del XX secolo ha iniziato lentamente a materializzarsi allo specchio. Il volto aperto, tranquillo, serio ma irriverente di Franco Basaglia.
Ricordo di essere andato, di primo acchito, a cercarlo in una primissima serie di immagini pescate nella ‘rete’. Fra le infinite possibilità offerte dalla ‘nuova età dell’uomo’ – l’era di internet - c’è anche quella di poter trovare, in pochi secondi, molteplici immagini, fisse o in movimento, mute o sonore, di una persona mediamente conosciuta. Se poi quel volto appartiene a un personaggio molto noto, in pochi istanti, un vasto catalogo di fotografie e filmati può squadernarsi davanti a tuoi occhi.
Le prime impressioni che mi attraversarono furono: un’eccessiva larghezza del suo viso rispetto al mio, una corporatura che mi sembrò subito più massiccia e un certo suo modo di muovere gli occhi. Un certo portamento dinoccolato me lo rendeva però alquanto familiare. E poi la voce. Una voce con cui instaurai da subito un rapporto fortemente empatico. Mi accade spesso. Spesso la risonanza di una voce mi permette di accedere più velocemente a una forma di conoscenza con un altro essere umano. Ma in questo caso quel timbro, unito a un modo tutto particolare di modellare la linea della voce sulla quella dei propri pensieri come fosse un abito aderente che ti permette di indovinarne le forme, mi risuonava dentro in maniera davvero decisa.
Lo sguardo e la voce mi sembrarono subito le cose più personali di Basaglia, quelle a cui puntare in questa nuova avventura dell’incantamento. Non possedevo ancora quella gran mole di informazioni a cui sarei pervenuto dopo qualche mese di intenso lavoro. Non sapevo ancora quanto quello sguardo – indissolubilmente legato alla sua straordinaria capacità di ascolto – fosse centrale nella prassi del suo lavoro. Ma ricordo di aver pensato subito che se fossi riuscito a conquistare un po’ di ‘quello sguardo’ qualcosa di importante sarebbe accaduto. Poi iniziarono le letture. Le mie iniziarono ad incollarsi alle sue: l’esistenzialismo di Sartre e Merleau Ponty, e poi Foucault, Binswanger, ma anche il Surrealismo a servizio della Rivoluzione e la fenomenologia di Husserl. Belle letture. Alcune già frequentate ai tempi del liceo o successivamente negli anni delle letture onnivore , altre da scoprire. Non lo faccio sempre, non sono così ossessivo. Ma questa volta, istintivamente, sentivo che era importante, per me che lo dovevo studiare, capire come e cosa avesse studiato lui. Chi fossero stati i suoi maestri e in che modo li avesse mangiati e digeriti per poterli attraversare.
Dopo circa un mese e mezzo di primo lavoro feci vedere a Marco Turco qualche breve registrazione fatta in casa con una telecamera: nei miei primi tentativi di ‘esser Franco’ mi ero inventato delle interviste simulate. Parlavo a ruota libera ad un immaginario interlocutore raccontando l’esperienza di Gorizia e lo shock del mio primo ingresso in un manicomio. Marco mi sembrò contento e colpito da questa prima tappa di avvicinamento. Parlammo a lungo. Marco appartiene a quella categoria di registi, non così diffusa, che ama gli attori. Li annusa, li riconosce, decide se dargli fiducia. Quando questo avviene, è il primo a godere di ogni sfumatura. Ti incoraggia con il suo entusiasmo. E un attore non può che essergliene grato.
Ci rivedemmo un bel po’ di tempo dopo per le prime prove trucco e costumi. Con Bruno Tamagnini cercammo di avvicinarci alla qualità dei suoi capelli, più mossi dei miei. Con Gabriella Trani cercammo di capire come poter leggere i passaggi di tempo sul suo viso, quanto accentuare con misura i segni del trascorrere degli anni (nel film si va dai trenta ai cinquantasei anni). Con Lia Morandini ci concentrammo su come si portavano con naturalezza i vestiti e le cravatte negli anni sessanta. Pensai allo scultore Alberto Giacometti che dipingeva e scolpiva normalmente nel suo atelier in giacca e cravatta come se indossasse i più comodi e consunti abiti da lavoro. E poi il passaggio agli anni settanta, ai maglioni, ai jeans, alle giacche e ai pantaloni di velluto pesante. Eravamo tutti d’accordo su un punto: gli anni sessanta andavano pensati in bianco e nero, gli anni settanta a colori.
Infine, o se si vuole in principio, arrivarono i giorni delle riprese. Il tempo in cui misurare, attimo dopo attimo, quanta parte di quell’indispensabile lavoro preliminare avrebbe resistito all’immersione nella vita vera delle singole scene e quanta parte, invece, si sarebbe rivelata nei fatti ‘sbagliata’ per eccesso o per difetto. Si trattava insomma di capire sul campo se tutto questo lavoro preliminare, quasi sempre ignorato e sconosciuto ai più, mi avesse condotto da qualche parte. Oppure no. Sono delicate le prime giornate su un set. C’è tanta gente, molti gli sconosciuti con cui finirai magari con lo stringere rapporti intensissimi nell’arco delle riprese, ma che poi perderai. In realtà non è così vero che il pubblico arriva dopo molti mesi. I primi spettatori, spesso i più esigenti, sono già qui. I loro sguardi, a volte esibiti a volte nascosti, hanno un peso e si fanno sentire. In questi primi giorni, inoltre, bisogna spesso munirsi di una particolare forma di coraggio: quella di abbandonare subito qualcosa del personaggio a cui si era già affezionati ma che si rivela d’un tratto innaturale, per accudire silenziosamente tutto ciò che diventa natura senza sforzo.
Le prime due settimane le passammo in un grande edificio sul lungomare di Ostia, dove girammo alcuni interni sia della prima che della seconda parte (alcune scene con Franca e le riunioni con i miei collaboratori a Gorizia, molti interni del S. Giovanni di Trieste, una parte del laboratorio arcobaleno). Poi arrivarono le settimane di Imola. I padiglioni abbandonati del vecchio ospedale psichiatrico della città servirono a raccontare la maledizione dell’ospedale di Gorizia e la sua trasformazione. Giornate indimenticabili e decisive perché alla troupe del film si unirono le ragazze e i ragazzi delle cooperative di Imola, che avevano vissuto o stavano ancora attraversando - nella realtà - momenti di disagio mentale, e che presero a riempire con incontenibile e a volte silenzioso entusiasmo e con strabiliante professionalità tutte le scene delle camerate e delle prime assemblee goriziane. E’ li, credo, che ha preso definitivamente ‘corpo’ il personaggio di Franco Basaglia. Per merito degli altri corpi e degli altri sguardi in cui mi impigliavo. Tutto si confuse. Tutti ci perdemmo. Unendo le nostre forze, scambiandoci consigli o semplicemente osservandoci da lontano, stavamo cercando di raccontare tutti insieme una delle storie più importanti del secolo appena trascorso. Quindi ci trasferimmo a Trieste. Esaurite, nelle prime giornate friulane, le riprese degli esterni dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, entrammo al S. Giovanni: in quella che appena qualche decennio fa era chiamata, dai cittadini di Trieste, ‘la città dei matti’ e ora è sede del Dipartimento di salute mentale. Temevo questo momento da quando erano iniziate le riprese. Paventavo l’incontro con tutte le persone che avevano conosciuto Basaglia, che ci avevano lavorato o erano stati suoi pazienti, e da cui temevo di sentirmi osservato. Mi aspettavo tutta una sfilza di “Io che l’ho conosciuto, però te digo…’. E invece avvenne tutto il contrario. Tutti mi chiamavano Franco. Ciascuno mi raccontava la propria storia. Che si fosse fra i viali, o nel mitico ristorante-cooperativa ‘Il posto delle fragole’, o nel grande roseto creato da Franco Rotelli, si respirava fiducia. Peppe Dell’Acqua fu il mio Virgilio. Che non ringrazierò mai abbastanza. Finite le riprese o quando non lavoravo, qualche volta lo accompagnavo nei suoi giri, nei centri di salute mentale, nelle microaree, in tutti quei luoghi resi possibili da una delle leggi più civili e più avanzate al mondo. Mi presentava a tutti come Franco Basaglia e tirava dritto senza dare molte spiegazioni. Grazie a lui potevo constatare con i miei occhi quali fossero gli esiti dell’unica rivoluzione portata a termine in questo Paese. Capire davvero cosa significa cercare di applicare quotidianamente la ‘Legge 180’ per riempirla concretamente di senso e come sia tutt’oggi facile disattenderla. Avevo il privilegio di attraversare, per qualche settimana, un territorio dove, ogni giorno, persone pazienti e preparatissime mettono a disposizione tutte le proprie energie per aiutare ‘i nostri fratelli più sfortunati’, in strutture pubbliche dove non esiste più, come diceva Basaglia, una psichiatria per i poveri e una psichiatria per i ricchi. Persone consapevoli che, una volta restituita dignità e diritti civili a persone per decenni private di tutto, la maggior parte del lavoro sia ancora da fare. Allo stesso tempo, però, stabilito un contatto con ‘il corpo’ di Franco e finchè l’incantamento perdurava, potevo anche guardare il presente, con un po’ dei suoi occhi. Ma quale presente si offre dunque oggi al nostro sguardo? Temo che, paradossalmente, e forse in controtendenza rispetto a quel che più spesso accade - quando si ha l’impressione che il sentire comune sia più avanti delle leggi che regolano la nostra comunità - in questo caso la netta sensazione sia quella di disporre oggi di uno strumento legislativo e culturale molto più avanzato rispetto alla sensibilità diffusa. Come si sia arrivati a questo credo sia un quesito a cui non sia difficile azzardare delle risposte. Venendo da alcuni decenni in cui le politiche di questo paese sono state sempre più spesso gestite e direzionate facendo leva sui temi della paura, della chiusura e della diffidenza, sul pensare innanzitutto a come difendersi dall’altro, se questo insomma è stato il laboratorio con cui sono state costruite sistematicamente le paure di una comunità, è ovvio che oggi quello stesso paese viva più sulla paura che sull’ascolto. Aver paura dell’altro significa aver paura di perdere quel poco o tanto che si ha; una paura che non conosce distinzioni di classe, che attraversa trasversalmente tutto il tessuto sociale, dai ceti più abbienti a quelli più disagiati. Perché la paura è un sentimento dall’innesco facile, un virus di rapido ed irrazionale contagio. Esattamente contro tutto questo, del resto, avevano combattuto Basaglia e i suoi collaboratori e contro tutto questo (oltre che contro uno sterminato elenco di altre questioni) sta oggi a noi, ogni giorno, continuare a combattere. Ecco perché un quotidiano nazionale (L’Unità del 9 febbraio 2010), nel dedicare tutta la sua prima pagina – fatto per’altro decisamente eccezionale - all’enorme successo di questo film, intitolava: “Lo sguardo che manca”. Ed ecco perchè sono convinto che un piccolo film come questo – nato dalla passione e dalla determinazione di molti - contribuendo al recupero di un altro pezzo di memoria condivisa - rappresenti anch’esso ‘un atto sacrale di conoscenza’.


Fabrizio Gifuni