{"id":4101,"date":"2020-12-28T21:22:33","date_gmt":"2020-12-28T21:22:33","guid":{"rendered":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/?p=4101"},"modified":"2024-01-23T12:27:46","modified_gmt":"2024-01-23T12:27:46","slug":"massimo-castri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/en\/massimo-castri\/","title":{"rendered":"Massimo Castri"},"content":{"rendered":"<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"4101\" class=\"elementor elementor-4101\" data-elementor-post-type=\"post\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-30628ecf elementor-section-full_width elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"30628ecf\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-no\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-7842b896\" data-id=\"7842b896\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-57554e05 elementor-widget__width-inherit elementor-widget elementor-widget-image\" data-id=\"57554e05\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"image.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/fabriziogifuni.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/BIO_hpENGVdef.jpg\" title=\"BIO_hp(V4)\" alt=\"BIO_hp(V4)\" loading=\"lazy\" \/>\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-292aa19 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"292aa19\" data-element_type=\"section\" data-settings=\"{&quot;background_background&quot;:&quot;classic&quot;}\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-240614be\" data-id=\"240614be\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-73e071c0 elementor-widget elementor-widget-heading\" data-id=\"73e071c0\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"heading.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t<h2 class=\"elementor-heading-title elementor-size-default\">Massimo Castri<\/h2>\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-28784a47 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"28784a47\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-34d7d5be\" data-id=\"34d7d5be\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-418be224 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"418be224\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p><strong>Quel salto che non dimentico (<i>That leap I will never forget<\/i>)<\/strong><\/p><p>Credo che Massimo fosse davvero felice solo in teatro perch\u00e9 solo in quel luogo poteva abitare di nuovo, pienamente, la sua infanzia. E c\u2019era molta infanzia nel suo teatro: figli scombinati, non cresciuti, feriti, male educati, in conflitto con i grandi ma soprattutto con se stessi. E poi adulti cialtroni, insensati, violenti o bugiardi. Un\u2019umanit\u00e0 storta e inadeguata, alle prese con la vita.<\/p><p>Massimo Castri \u00e8 stato uno dei miei maestri teatrali. Se Orazio Costa \u00e8 stato il grande maestro del periodo Accademico, l\u2019incontro con Castri \u00e8 coinciso esattamente con il mio debutto in teatro. In un\u2019<em>Elettra<\/em> di Euripide, nata per il Teatro Caio Melisso di Spoleto nel 1993 e prodotta dal Teatro Stabile dell\u2019Umbria.<br \/>Uno spettacolo per tanti versi memorabile.<br \/>In primo luogo, dal mio punto di vista, era un debutto da far tremare le vene ai polsi. Iniziare con una tragedia, nel ruolo di Oreste, diretto da uno dei pi\u00f9 grandi registi italiani, con una compagnia di grande esperienza (con Annamaria Guarnieri, Tonino Pierfederici e Galatea Ranzi fra gli altri) \u00e8 uno di quei banchi di prova in cui si pu\u00f2 anche soccombere. O sopravvivere molto fortificati dall\u2019esperienza.<br \/>In secondo luogo, l\u2019<em>Elettra<\/em> era soprattutto uno spettacolo bellissimo, di quella bellezza un po\u2019 magica che solo certi spettacoli riescono a sfiorare. E lo dico, se mai \u00e8 possibile, da spettatore ancor prima che da attore. C\u2019erano alcuni istanti in cui riuscivo a guardare lo spettacolo &#8211; pur standoci dentro &#8211; e a commuovermi. Senza dubbio una delle regie pi\u00f9 belle degli ultimi vent\u2019anni del lavoro di Castri.<\/p><p>Di quella prima esperienza ricordo nitidamente le lunghe prove a Spoleto d\u2019inverno e anche quelle del riallestimento dell\u2019anno successivo a Bevagna, in quel piccolo gioiello che \u00e8 il Teatro Torti, riaperto dopo tanti anni per quella occasione. Prove per me difficili. Avevo paura di deluderlo. Che si potesse pentire di aver puntato su un ragazzo sconosciuto, appena uscito dall\u2019Accademia, per un ruolo cos\u00ec importante. Sudavo in un modo impressionante. Il calore degli abiti e delle luci, certo, le corse sul campo di terra con i solchi dell\u2019aratro che mettevano a rischio le caviglie. Ma oltre a questo, una tensione interna che non mi lasciava mai e che cercavo di mettere al servizio del racconto.<\/p><p>A quello spettacolo segu\u00ec il grande progetto sulla <em>Trilogia della villeggiatura<\/em> di Goldoni, un lavoro importante, durato diverse stagioni, per il quale Castri aveva riunito una gran parte degli attori e delle attrici con cui si era trovato meglio negli ultimi anni. Dando vita a una compagnia, credo, abbastanza speciale, che metteva insieme diverse generazioni. Abbiamo lavorato insieme quattro anni. Poi, come a volte accadeva gi\u00e0 allora, in un periodo di crisi ancora non conclamata, le incertezze produttive dei teatri stabili costrinsero la compagnia allo scioglimento.<br \/>Fu una vera \u201cTrilogia\u201d, perch\u00e9 a differenza di quella storica di Strehler o anche di quelle successive di Vacis o di Servillo, che avevano riunito tutta la Trilogia in un unico spettacolo, Massimo l\u2019aveva voluta come Goldoni l\u2019aveva pensata. Con i tre testi separati visti come tre capi d\u2019opera, tre momenti linguisticamente distinti. Li portammo in scena, anno dopo anno, e poi li rappresentammo tutti di seguito, in tre settimane, soltanto alla \u201cPergola\u201d di Firenze.<\/p><p>Castri \u00e8 stato un grande artista e un grande intellettuale, una persona che \u00e8 riuscita a mettere in connessione, in alcuni momenti, in maniera abbastanza miracolosa, la sua testa con la sua pancia. Quella di Massimo era un\u2019anima contadina, un po\u2019 come la sua Elettra, che viveva su un campo in mezzo ai sassi. Un uomo legato visceralmente agli umori e agli odori della sua terra, la Toscana, e allo stesso tempo un solido intellettuale. Un regista in grado di dare una lettura personalissima e spesso sorprendente di alcuni testi del Novecento teatrale. Un etrusco, si definiva \u2013 ma poi chiss\u00e0 com\u2019erano gli etruschi &#8211; dal carattere ispido e spesso scontroso. A volte avevo l\u2019impressione che ricercasse, in maniera un po\u2019 disperata, un modo per ritrovare il piacere. E lo cercava in uno dei pochi luoghi in cui \u00e8 ancora possibile condividere la felicit\u00e0 dei giochi. Per questo spesso e volentieri litigava furiosamente con i suoi compagni &#8211; che fossero attori, produttori, critici o addetti ai lavori &#8211; esattamente come poteva litigare un bambino, grande e grosso, a cui qualcuno voleva rovinare la festa. Una volta l\u2019ho visto mentre spiava dal fondo della platea un suo spettacolo. Lo faceva sempre, dopo un certo numero di repliche, per vedere se gli attori stavano \u2018sbracando\u2019 troppo il suo spettacolo. Borbottava, commentava ad alta voce, non si dava pace. Una signora lo zitt\u00ec bruscamente. Lui si \u00e8 girato e con la massima seriet\u00e0 gli ha detto: \u2018Ma che vuole, lei ?\u2019. Poi &#8211; con lo stesso tono che ha il bambino che si \u00e8 portato la palla da casa e se lo fanno arrabbiare se ne va e se la porta via &#8211; indicando la scena ha aggiunto: \u2018Quello l\u2019ho fatto io!\u2019.<\/p><p>Massimo sapeva divertirsi e faceva divertire, facendo ammattire gli attori, come spesso accadeva e continua ad accadere in quel teatro, al tramonto, che \u00e8 il grande teatro di regia del Novecento. Con Castri per\u00f2 \u2013 a differenza che con altri registi, forse pi\u00f9 \u2018sinceramente\u2019 dittatori sulla scena &#8211; c\u2019era sempre una specie di trappola di libert\u00e0. Durante le prove gli attori avevano spesso l\u2019illusione di poter lavorare liberamente, improvvisando per ore. Fino a quando intuivi che il lavoro di improvvisazione terminava nel momento in cui avevi indovinato quello che lui aveva in testa. E questo, spesso, provocava attriti, malumori e qualche frustrazione negli attori. Ma al di l\u00e0 di questo \u2013 \u00e8 lunga e irrinunciabile l\u2019aneddotica legata ai grandi maestri di quella stagione teatrale, come Strehler o Ronconi &#8211; Castri era una sorgente continua di suggestioni, di voglia di fare, di sperimentare, di immergersi nel proprio lavoro. Difendeva il valore artigianale del teatro, era curioso delle tecniche dell\u2019attore.<\/p><p>Sono certo che Castri si sentisse veramente felice solo mentre preparava gli spettacoli, e ancor pi\u00f9 quando li immaginava. Quando iniziava a metterli in scena, alle prove, riusciva ancora a divertirsi molto. Ma quando lo spettacolo debuttava, subito rientrava in quella prigione di nevrosi in cui ha vissuto per tutta la vita, e che lo straziava, perch\u00e9 Massimo era una persona fondamentalmente sofferente. Quando usciva dalla sala e tornava alla luce, il suo sguardo sul mondo tornava ad essere uno sguardo ferito, lo sguardo di una persona che non ci stava bene, che non si riconosceva in quasi nulla di quello che vedeva intorno. Solo in teatro riusciva a dipanare il suo groviglio, a fare pace con il garbuglio dei suoi fantasmi.<\/p><p>Massimo Castri ha sopportato il sistema teatrale italiano con grande fatica e con grande fatica il sistema sopportava lui. Eppure sentiva che quello era il suo posto, quella la sua storia e come un bambino ostinato rivendicava il suo spazio all\u2019interno di quel mondo, scontando spesso per il suo carattere ma soprattutto per la sua libert\u00e0, anche dei prezzi piuttosto alti.<br \/>Fra tutti i ricordi legati al mio lavoro con Castri uno pi\u00f9 degli altri si \u00e8 conservato intatto fino ad oggi. Quello legato al modo in cui Massimo aveva immaginato il mio ingresso in scena nell\u2019Elettra. L\u2019arrivo di Oreste. Il pubblico era seduto soltanto nei palchi e spiava la storia dall\u2019alto perch\u00e9 tutta la platea era occupata da un enorme campo di terra arata con in cima un ulivo. Le luci illuminavano la storia dall\u2019alba al tramonto. Io dovevo restare nascosto per diverso tempo prima di entrare in scena in un palco laterale di secondo ordine e, quando era il momento, saltare sul campo iniziando ad inseguire Elettra. Lo spettacolo iniziava e io me ne stavo un quarto d\u2019ora al buio, accucciato, con il pubblico a fianco che non mi vedeva, in attesa di saltare. E sera dopo sera cercavo di non pensare fino all\u2019ultimo istante a quello che stava per succedere. Era la mia sfida. Con un misto di paura e coraggio mi preparavo al salto, sonnecchiando fino all\u2019ultimo secondo utile. Poi, con il cuore in gola, facevo volare il mio bagaglio, che mi precedeva in scena, e poi mi lanciavo.<br \/>Mi era toccato in sorte di saltarci dentro, allo spettacolo, in una specie di rito iniziatico che mi \u00e8 servito molto, credo, a registrare con la sola memoria del corpo, come si pu\u00f2 entrare in un altro spazio e in un altro tempo. Quello dell\u2019immaginazione.<br \/>Sar\u00f2 sempre grato a Massimo di avermi regalato quel salto.<\/p><p><strong>Fabrizio Gifuni<\/strong><\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Massimo Castri Quel salto che non dimentico Credo che Massimo fosse davvero felice solo in teatro perch\u00e9 solo in quel luogo poteva abitare di nuovo, pienamente, la sua infanzia. 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