{"id":4115,"date":"2020-12-28T21:27:47","date_gmt":"2020-12-28T21:27:47","guid":{"rendered":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/?p=4115"},"modified":"2024-01-23T12:28:14","modified_gmt":"2024-01-23T12:28:14","slug":"giuseppe-bertolucci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/en\/giuseppe-bertolucci\/","title":{"rendered":"Giuseppe Bertolucci"},"content":{"rendered":"<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"4115\" class=\"elementor elementor-4115\" data-elementor-post-type=\"post\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-23b60345 elementor-section-full_width elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"23b60345\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-no\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-554d5a80\" data-id=\"554d5a80\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-7cce919c elementor-widget__width-inherit elementor-widget elementor-widget-image\" data-id=\"7cce919c\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"image.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/fabriziogifuni.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/BIO_hpENGVdef.jpg\" title=\"BIO_hp(V4)\" alt=\"BIO_hp(V4)\" loading=\"lazy\" \/>\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-5cdde8c0 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"5cdde8c0\" data-element_type=\"section\" data-settings=\"{&quot;background_background&quot;:&quot;classic&quot;}\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-7ac5a09b\" data-id=\"7ac5a09b\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-25f05337 elementor-widget elementor-widget-heading\" data-id=\"25f05337\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"heading.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t<h2 class=\"elementor-heading-title elementor-size-default\">Giuseppe Bertolucci<\/h2>\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-24178f4e elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"24178f4e\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-37a45a3b\" data-id=\"37a45a3b\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-7549e8ce elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"7549e8ce\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p><strong>Magari vi raggiungo dopo \u2013 Lavorare con Giuseppe Bertolucci (<i>Maybe I\u2019ll join you later \u2013 working with Giuseppe Bertolucci<\/i>)<\/strong><\/p><p>Da quando ho a che fare con Freud per motivi di teatro ho ripreso a sognare. La notte prima della proiezione del bel documentario di Stefano Consiglio (Evviva Giuseppe!) dedicato a Giuseppe Bertolucci &#8211; ospite della Mostra del Cinema di Venezia nel 2017 &#8211; faccio questo sogno che annoto la mattina seguente.<\/p><p><em>Siamo al Lido. Cammino con Natalia Aspesi (incontrata nella realta\u0300 il giorno prima alla proiezione di un altro film e forse per questo rimasta impigliata nel mio sogno) andando verso la Sala dove verra\u0300 proiettato il film su di lui. Mi accorgo, mentre camminiamo a passo svelto, di un signore che sta un po\u2019 nascosto dietro a un camion e che assomiglia in maniera impressionante a Giuseppe. Mi fermo per guardalo meglio, lasciando andare avanti la Aspesi. Capisco senza ombra di dubbio che si tratta di Giuseppe e penso, mentre inizio a parlargli, che e\u0300 la prima volta in vita mia che vedo e parlo con un vero fantasma piu\u0300 vero del vero.<\/em><br \/><em>Gli dico: \u201cGiuseppe&#8230; che meraviglia&#8230; stiamo tutti andando a vedere il film su di te&#8230; vieni anche tu?\u201d. Lui schermendosi e ritraendosi di un passo, come faceva spesso in tante occasioni in cui non aveva piacere di farsi vedere, mi dice:<\/em><br \/><em>\u201cMa no, andate andate, mi imbarazzo a stare li\u0300 in sala con tutte le persone&#8230;\u201d.<\/em><br \/><em>Poi, forse vedendo un po\u2019 di delusione nei miei occhi, aggiunge: \u201cdai su&#8230; magari vi raggiungo dopo\u201d.<\/em><\/p><p>Ho conosciuto e lavorato per la prima volta con Giuseppe Bertolucci, intorno al 1998, alla radio. E piu\u0300 precisamente in quell\u2019oasi \u2013 ancora protetta \u2013 di intelligenza che e\u0300 Radio 3. A Luca Ronconi era stata affidata la direzione di un bellissimo progetto chiamato \u201cTeatri alla radio\u201d che vedeva coinvolti venti registi e duecentocinquanta attori, gli uni e gli altri di sorprendente varieta\u0300.<br \/>Sia i registi che gli attori provenivano infatti indifferentemente dal teatro o dal cinema, come Gianni Amelio che ho avuto modo di conoscere sempre in una di quelle occasioni. Si iniziava a rompere in quegli anni quell\u2019idiotissima \u2018separazione delle carriere\u2019 \u2013 tutta italiana \u2013 che aveva diviso, per circa trent\u2019anni, il mondo del teatro da quello del cinema e della televisione e si penso\u0300, forse, che la radio potesse essere un \u2018campo neutro\u2019 adatto a quest\u2019opera di pacificazione. Per Giuseppe, abituato da sempre ad ogni pratica di contaminazione, si trattava semplicemente di declinare il suo modo di lavorare in uno dei suoi tanti possibili fronti. Ci incontrammo dunque per la prima volta in Via Asiago dove mi propose di dar voce a uno dei figli di <em>Arialda<\/em> \u2013 personaggio che da\u0300 il titolo a un lavoro teatrale di Testori \u2013 interpretata da quel faro di luminosa bellezza e sfolgorante talento che e\u0300 stata &#8211; e continuera\u0300 ad essere &#8211; Mariangela Melato (anche con lei il primo incontro).<br \/>Piu\u0300 o meno un anno e mezzo dopo, Giuseppe mi propose un altro ruolo in quello destinato a diventare il suo ultimo film di finzione (e \u2018sulla finzione\u2019) \u2013 L\u2019Amore probabilmente \u2013 ospitato alla Mostra cinematografica di Venezia nel 2001.<br \/>Fu un viaggio bellissimo, spericolato ed entusiasmante, durante il quale iniziammo a conoscerci decisamente meglio e ad instaurare un rapporto che iniziava ad andare anche oltre le questioni lavorative. Giuseppe fece arrivare dall\u2019Inghilterra dei primissimi modelli di minuscole telecamere digitali di cui, precorrendo i tempi, voleva saggiare vantaggi e opportunita\u0300, vere o presunte. Inizio\u0300 a riprendere ogni cosa fin dai giorni di preparazione. Le prove degli attori, le discussioni, le letture, le prove costumi. Iniziava lentamente a prendere forma nella sua testa un\u2019idea imprevista, del tutto estranea al progetto originario, che diventera\u0300 poi il motore primo del film: costringere gli spettatori a saltare continuamente dalla realta\u0300 delle prove degli attori con il regista alla finzione delle scene \u2018recitate\u2019. Verita\u0300 e finzione si sommavano progressivamente fino a confondere ogni cosa, aprendo la strada al terzo capitolo del film, quello sull\u2019immaginazione. Come effetto di tutto cio\u0300, durante le riprese, si liberava sul set una strana disordinata euforia che a Giuseppe piaceva da pazzi.<br \/>Dopo l\u2019esperienza de <em>L\u2019Amore probabilmente<\/em> &#8211; dal 2004 al 2010 &#8211; abbiamo passato molto tempo insieme, questa volta in teatro, per il progetto <em>Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione<\/em>. Questa volta fui io a chiedere a Giuseppe se voleva lavorare con me. Stavo elaborando da diverso tempo un\u2019idea di spettacolo a partire da alcuni scritti di Pasolini e da un poemetto in versi dello scrittore e pittore milanese Giorgio Somalvico a cui si aggiunse, successivamente, il lavoro sui materiali che avevo raccolto da alcune opere di Gadda. Ne sono nati due spettacoli, per me decisivi, di cui Giuseppe ha curato la regia, dal titolo <em>\"Something Like a Very Long Cadaver\"<\/em> and <em>Gadda Goes to War, or, the Tragic History of Amleto Pirobutirro<\/em>. Oggi a distanza di anni mi capita di ripensare a questo progetto come a una sorta di personale Rito di passaggio. E\u2019 in quest\u2019ultimo lungo lavoro fatto di drammaturgie e forsennati gesti performativi che, forse, sono diventato adulto, ammesso che questo voglia dire qualcosa. Giuseppe mi ha accompagnato in questo viaggio facendomi da specchio e restituendomi, con una generosita\u0300 rara e stupefacente, tutto l\u2019entusiasmo, la fatica e le speranze di un complesso processo creativo in cui il lavoro sul corpo era al centro della scena.<br \/>Dei due spettacoli Giuseppe ha curato la regia anche delle riprese televisive, con particolare attenzione a <em>\"Something Like a Very Long Cadaver\"<\/em>. Mentre infatti nel lavoro su Gadda, anche su mia richiesta, le riprese, effettuate durante le repliche, riflettono abbastanza fedelmente il montaggio dello spettacolo, la versione televisiva del Pasolini \u2013 registrato a Bologna al di fuori delle repliche &#8211; sovverte e scardina spesso l\u2019andamento teatrale, con invenzioni e soluzioni registiche formidabili, come nell\u2019uso di un coro greco femminile affidato alla direzione di Giovanna Marini o nella frequente trasformazione dei corpi degli spettatori (a tratti tutti vecchi, a tratti tutti bambini) visti come in una visione allucinata del protagonista.<br \/>Questo in sintesi il nostro percorso: la radio, il cinema e il teatro fatti insieme. Negli anni seguenti Giuseppe ed io abbiamo continuato a parlare a lungo di spettacoli visti e di nuovi progetti da immaginare. Ma anche e molto di politica, di famiglie, di padri ingombranti, di Parma e di Roma, di ristoranti a cui eravamo affezionati. Abbiamo continuato a seguire la Juve in televisione. Oggi avremmo continuato a parlare delle giocate di Dybala che molto gli sarebbero piaciute o dei suicidi psicoanalitici della Sinistra che molto lo avrebbero intristito, senza troppo darlo a vedere. Perche\u0301 Giuseppe si sforzava di dare alle cose il peso che queste meritavano.<br \/>Giuseppe Bertolucci e\u0300 stato uno degli uomini e degli artisti piu\u0300 liberi e generosi che abbia mai conosciuto. Un artista che, oltre a ignorare completamente il significato di alcune parole come calcolo o convenienza, era in grado di esercitare il suo talento artistico e poetico, nei territori piu\u0300 svariati, senza farsi condizionare da nulla. Assumendosi, sempre e totalmente, oneri e onori (questi ultimi sempre troppo pochi) di questa sua personale ricerca di liberta\u0300.<br \/>Un vero intellettuale, se e\u0300 ancora possibile attribuire a questo termine un significato semplice e concreto, sottraendolo allo svilimento del linguaggio di questi anni quando non all\u2019insulto. Oltre che cineasta, documentarista e regista teatrale, pittore, poeta, scrittore e Presidente, per un lungo periodo, della Cineteca di Bologna.<br \/>Mettendo da parte l\u2019affetto e l\u2019amore infinito che gli porto, mi piacerebbe saper raccontare come lavorava Giuseppe sul set o in teatro. Ma non e\u0300 facile definire a parole la rarissima qualita\u0300 del suo sguardo e dell\u2019attenzione con cui capovolgeva abitualmente l\u2019ordine delle cose, senza esibire mai tecniche o trucchi da grande Maestro. Giuseppe si divertiva al contrario a far perdere spesso le tracce della sua presenza, diventando improvvisamente silenzioso, cosi\u0300 da farti perdere con lui. Almeno nelle occasioni lavorative che mi hanno visto coinvolto, ho avuto l\u2019impressione che il suo modo di vivere il set fosse molto diverso dal suo modo di vivere il teatro. Credo che il cinema gli risvegliasse piu\u0300 infanzia. Giuseppe era piu\u0300 sicuro e piu\u0300 sfrontato nel portare avanti le giornate di lavoro. O almeno cosi\u0300 sembrava. Il cinema del resto obbedisce a regole piu\u0300 ferree, pretende un capitano che ogni giorno attraversi il mare per ricoverare ogni notte la sua nave in porto. E Giuseppe si divertiva a interpretare a suo modo quella parte senza mai esercitare quella fetta di potere che quel ruolo ti assegna nel tempo limitato della lavorazione di un film. Senza prendersi mai veramente sul serio.<br \/>In teatro invece lo vedevo molto piu\u0300 riflessivo e silenzioso, concentrato verso un unico punto, lo spazio scenico e il corpo dell\u2019attore. Piu\u0300 sereno forse, piu\u0300 felice chissa\u0300. Credo si sentisse meno afflitto dalle responsabilita\u0300 di un ruolo. Arrotando le sue erre diceva che in teatro si sentiva, come nel pugilato, \u2018uno sparring partner\u2019, un finto avversario complice dell\u2019attore ingaggiato per un match di allenamento. Un allenatore che ti aiutava a indirizzare i pugni, a stare in guardia, attento all\u2019importanza del gioco di gambe, per sorprendere meglio il pubblico nel corso delle future riprese del vero combattimento. Naturalmente faceva molto ma molto di piu\u0300 ma ogni volta che sorrideva sornione e gli sentivo ripetere quell\u2019espressione avvertivo una totale e arrendevole sincerita\u0300. Che nasceva da una profonda ammirazione e da un vero rispetto per il mistero dell\u2019attore in scena.<br \/>Sia al cinema, naturalmente, che in teatro Giuseppe riservava una grande attenzione alla luce. Aveva iniziato in teatro accendendo solo una lampadina, appesa a un filo, sulla testa di un giovanissimo Benigni nell\u2019indimenticabile <em>Cioni Mario di Gaspare fu Giulia<\/em>, monologo teatrale che si fece cinema poco tempo dopo nel suo primo film, Berlinguer ti voglio bene. Nei lavori a cui ho preso parte, due grandi direttori della fotografia &#8211; Fabio Cianchetti ne <em>L\u2019Amore probabilmente<\/em> e Cesare Accetta nei due spettacoli su Pasolini e Gadda \u2013 sono stati i suoi interlocutori privilegiati nel suo magmatico e magnetico lavoro di regia. Giuseppe lavorava in un modo gentile, non conflittuale. Detestava gli scontri aperti, non alzava mai la voce, ma sapeva puntare i piedi come un mulo quando decideva di non mollare su un punto. L\u2019uso del tempo era una delle sue armi migliori. Sapeva che il Tempo non va mai forzato e che bisogna avere il coraggio e la spudoratezza di prenderselo tutto, senza mai lasciarsi opprimere dall\u2019ingannevole calendario del \u2018dover essere\u2019.<br \/>Sia sul set che sul palcoscenico Giuseppe non aveva mai in tasca una verita\u0300 pronta da offrire all\u2019attore ma piuttosto dieci dubbi, creativi e stimolanti, da sparpagliare abilmente sul suo cammino. Raramente ti offriva delle soluzioni preconfezionate o decise in partenza ma sempre ti costringeva a riflettere su un ventaglio di possibilita\u0300 che lentamente ma inesorabilmente ti aiutavano a ricostruire un tuo personalissimo sentiero.<br \/>Un modo di lavorare, non so se un metodo, sicuramente piu\u0300 vicino alle pratiche dell\u2019inconscio &#8211; che d\u2019altronde ben conosceva &#8211; che non a quelle di un\u2019 Io cosciente pronto ad imporsi. Giocava (o fingeva di giocare?) di rimessa, divertendosi di piu\u0300 a nascondersi dietro alle cose che faceva (cosi\u0300 bene) che non a stampare in bella mostra il suo marchio di Autore.<br \/>Sempre un passo indietro.<br \/>Come nel sogno fatto a Venezia prima della proiezione del film che provava a mettere insieme alcuni pezzi della sua storia.<\/p><p>(<em>Il testo fara\u0300 parte di un libro di studi critici e testimonianze dedicate a Giuseppe Bertolucci di prossima pubblicazione<\/em>)<\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-b77cfd7 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"b77cfd7\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-00214f5\" data-id=\"00214f5\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-406e05e elementor-widget elementor-widget-video\" data-id=\"406e05e\" data-element_type=\"widget\" data-settings=\"{&quot;youtube_url&quot;:&quot;https:\\\/\\\/youtu.be\\\/5p0dx1iGg_8&quot;,&quot;video_type&quot;:&quot;youtube&quot;,&quot;controls&quot;:&quot;yes&quot;}\" data-widget_type=\"video.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-wrapper elementor-open-inline\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-video\"><\/div>\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giuseppe Bertolucci Magari vi raggiungo dopo \u2013 Lavorare con Giuseppe Bertolucci Da quando ho a che fare con Freud per motivi di teatro ho ripreso a sognare. 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