{"id":4139,"date":"2020-12-28T21:45:22","date_gmt":"2020-12-28T21:45:22","guid":{"rendered":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/?p=4139"},"modified":"2024-01-23T12:29:37","modified_gmt":"2024-01-23T12:29:37","slug":"franco-basaglia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziogifuni.it\/en\/franco-basaglia\/","title":{"rendered":"Franco Basaglia"},"content":{"rendered":"<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"4139\" class=\"elementor elementor-4139\" data-elementor-post-type=\"post\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-49d653d elementor-section-full_width elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"49d653d\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-no\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-4cc6f2d9\" data-id=\"4cc6f2d9\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-3b6aeb46 elementor-widget__width-inherit elementor-widget elementor-widget-image\" data-id=\"3b6aeb46\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"image.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/fabriziogifuni.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/BIO_hpENGVdef.jpg\" title=\"BIO_hp(V4)\" alt=\"BIO_hp(V4)\" loading=\"lazy\" \/>\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-5ca92609 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"5ca92609\" data-element_type=\"section\" data-settings=\"{&quot;background_background&quot;:&quot;classic&quot;}\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-57a9cd51\" data-id=\"57a9cd51\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-1b0c88f3 elementor-widget elementor-widget-heading\" data-id=\"1b0c88f3\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"heading.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t<h2 class=\"elementor-heading-title elementor-size-default\">Franco Basaglia<\/h2>\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-2048f11 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"2048f11\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-7e65ab6\" data-id=\"7e65ab6\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-247838e3 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"247838e3\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p><strong>Corpo a corpo<\/strong><\/p><p>Amo il mio lavoro con tutte le mie forze.<br \/>Sono disposto a giocarmi tutto in un teatro. Il corpo a corpo con ogni singolo spettatore nello smarrimento del gioco rituale, i processi creativi e cognitivi offerti al centro della scena, la condivisione con la comunit\u00e0 di quello che qualcuno ha definito un atto sacrale di conoscenza attraverso cui cercare riscatto e resurrezione (Carlo Emilio Gadda in \u201c<em>Eros and Priapus<\/em>\u201d), tutto questo impagabile corto circuito di aspetti razionali e di pura irrazionalit\u00e0, insomma, continua a scuotermi e a commuovermi.<br \/>Ma se in teatro il corpo a corpo \u00e8 tutto nel simultaneo confronto con chi condivide con te l\u2019esperienza del rito \u2013 ch\u00e9 di questo si tratta \u2013 in un film le cose cambiano. Il lavoro procede per differenti dinamiche temporali. Gli spettatori sono una presenza virtuale e rimandata nel tempo. Si rivelano come presenze reali a distanza di mesi, a volte dopo un anno, durante il quale la materia &#8211; un tempo incandescente \u2013 ha preso naturalmente a raffreddarsi. E, soprattutto, questo cosiddetto \u2018pubblico\u2019 prender\u00e0 parte, quasi nella sua interezza, alla visione del film in assenza del corpo vivo degli attori. Mancando o essendo in genere esigue le cosiddette \u2018prove\u2019, inoltre, l\u2019incontro vero e proprio con il regista avviene sostanzialmente sul set, durante le riprese. Insomma non c\u2019\u00e8 dubbio che, nel caso di un film, il corpo a corpo dell\u2019attore &#8211; soprattutto nella fase iniziale del proprio lavoro &#8211; sia con il personaggio. Quel personaggio &#8211; ispirato a un\u2019esistenza reale o partorito dalla fantasia degli sceneggiatori \u2013 a cui il combinato disposto \u2018scelta\/casualit\u00e0\u2019 ti ha messo di fronte. Quell\u2019altro da te in cui dover sprofondare.<br \/>Quando il regista e i produttori di \u201c<a href=\"https:\/\/fabriziogifuni.it\/en\/cera-una-volta-la-citta-dei-matti\/\"><em>C\u2019era una volta la citt\u00e0 dei matti&#8230;<\/em><\/a>\u201d mi hanno ufficialmente proposto la possibilit\u00e0 di interpretare il protagonista di questo racconto, il volto di uno delle pi\u00f9 grandi personalit\u00e0 della storia italiana del XX secolo ha iniziato lentamente a materializzarsi allo specchio. Il volto aperto, tranquillo, serio ma irriverente di Franco Basaglia.<br \/>Ricordo di essere andato, di primo acchito, a cercarlo in una primissima serie di immagini pescate nella \u2018rete\u2019. Fra le infinite possibilit\u00e0 offerte dalla \u2018nuova et\u00e0 dell\u2019uomo\u2019 \u2013 l\u2019era di internet &#8211; c\u2019\u00e8 anche quella di poter trovare, in pochi secondi, molteplici immagini, fisse o in movimento, mute o sonore, di una persona mediamente conosciuta. Se poi quel volto appartiene a un personaggio molto noto, in pochi istanti, un vasto catalogo di fotografie e filmati pu\u00f2 squadernarsi davanti a tuoi occhi.<br \/>Le prime impressioni che mi attraversarono furono: un\u2019eccessiva larghezza del suo viso rispetto al mio, una corporatura che mi sembr\u00f2 subito pi\u00f9 massiccia e un certo suo modo di muovere gli occhi. Un certo portamento dinoccolato me lo rendeva per\u00f2 alquanto familiare. E poi la voce. Una voce con cui instaurai da subito un rapporto fortemente empatico. Mi accade spesso. Spesso la risonanza di una voce mi permette di accedere pi\u00f9 velocemente a una forma di conoscenza con un altro essere umano. Ma in questo caso quel timbro, unito a un modo tutto particolare di modellare la linea della voce sulla quella dei propri pensieri come fosse un abito aderente che ti permette di indovinarne le forme, mi risuonava dentro in maniera davvero decisa.<br \/>Lo sguardo e la voce mi sembrarono subito le cose pi\u00f9 personali di Basaglia, quelle a cui puntare in questa nuova avventura dell\u2019incantamento. Non possedevo ancora quella gran mole di informazioni a cui sarei pervenuto dopo qualche mese di intenso lavoro. Non sapevo ancora quanto quello sguardo \u2013 indissolubilmente legato alla sua straordinaria capacit\u00e0 di ascolto \u2013 fosse centrale nella prassi del suo lavoro. Ma ricordo di aver pensato subito che se fossi riuscito a conquistare un po\u2019 di \u2018quello sguardo\u2019 qualcosa di importante sarebbe accaduto. Poi iniziarono le letture. Le mie iniziarono ad incollarsi alle sue: l\u2019esistenzialismo di Sartre e Merleau Ponty, e poi Foucault, Binswanger, ma anche il Surrealismo a servizio della Rivoluzione e la fenomenologia di Husserl. Belle letture. Alcune gi\u00e0 frequentate ai tempi del liceo o successivamente negli anni delle letture onnivore, altre da scoprire. Non lo faccio sempre, non sono cos\u00ec ossessivo. Ma questa volta, istintivamente, sentivo che era importante, per me che lo dovevo studiare, capire come e cosa avesse studiato lui. Chi fossero stati i suoi maestri e in che modo li avesse mangiati e digeriti per poterli attraversare.<br \/>Dopo circa un mese e mezzo di primo lavoro feci vedere a Marco Turco qualche breve registrazione fatta in casa con una telecamera: nei miei primi tentativi di \u2018esser Franco\u2019 mi ero inventato delle interviste simulate. Parlavo a ruota libera ad un immaginario interlocutore raccontando l\u2019esperienza di Gorizia e lo shock del mio primo ingresso in un manicomio. Marco mi sembr\u00f2 contento e colpito da questa prima tappa di avvicinamento. Parlammo a lungo. Marco appartiene a quella categoria di registi, non cos\u00ec diffusa, che ama gli attori. Li annusa, li riconosce, decide se dargli fiducia. Quando questo avviene, \u00e8 il primo a godere di ogni sfumatura. Ti incoraggia con il suo entusiasmo. E un attore non pu\u00f2 che essergliene grato.<br \/>Ci rivedemmo un bel po\u2019 di tempo dopo per le prime prove trucco e costumi. Con Bruno Tamagnini cercammo di avvicinarci alla qualit\u00e0 dei suoi capelli, pi\u00f9 mossi dei miei. Con Gabriella Trani cercammo di capire come poter leggere i passaggi di tempo sul suo viso, quanto accentuare con misura i segni del trascorrere degli anni (nel film si va dai trenta ai cinquantasei anni). Con Lia Morandini ci concentrammo su come si portavano con naturalezza i vestiti e le cravatte negli anni sessanta. Pensai allo scultore Alberto Giacometti che dipingeva e scolpiva normalmente nel suo atelier in giacca e cravatta come se indossasse i pi\u00f9 comodi e consunti abiti da lavoro. E poi il passaggio agli anni settanta, ai maglioni, ai jeans, alle giacche e ai pantaloni di velluto pesante. Eravamo tutti d\u2019accordo su un punto: gli anni sessanta andavano pensati in bianco e nero, gli anni settanta a colori.<br \/>Infine, o se si vuole in principio, arrivarono i giorni delle riprese. Il tempo in cui misurare, attimo dopo attimo, quanta parte di quell\u2019indispensabile lavoro preliminare avrebbe resistito all\u2019immersione nella vita vera delle singole scene e quanta parte, invece, si sarebbe rivelata nei fatti \u2018sbagliata\u2019 per eccesso o per difetto. Si trattava insomma di capire sul campo se tutto questo lavoro preliminare, quasi sempre ignorato e sconosciuto ai pi\u00f9, mi avesse condotto da qualche parte. Oppure no. Sono delicate le prime giornate su un set. C\u2019\u00e8 tanta gente, molti gli sconosciuti con cui finirai magari con lo stringere rapporti intensissimi nell\u2019arco delle riprese, ma che poi perderai. In realt\u00e0 non \u00e8 cos\u00ec vero che il pubblico arriva dopo molti mesi. I primi spettatori, spesso i pi\u00f9 esigenti, sono gi\u00e0 qui. I loro sguardi, a volte esibiti a volte nascosti, hanno un peso e si fanno sentire. In questi primi giorni, inoltre, bisogna spesso munirsi di una particolare forma di coraggio: quella di abbandonare subito qualcosa del personaggio a cui si era gi\u00e0 affezionati ma che si rivela d\u2019un tratto innaturale, per accudire silenziosamente tutto ci\u00f2 che diventa natura senza sforzo.<br \/>Le prime due settimane le passammo in un grande edificio sul lungomare di Ostia, dove girammo alcuni interni sia della prima che della seconda parte (alcune scene con Franca e le riunioni con i miei collaboratori a Gorizia, molti interni del S. Giovanni di Trieste, una parte del laboratorio arcobaleno). Poi arrivarono le settimane di Imola. I padiglioni abbandonati del vecchio ospedale psichiatrico della citt\u00e0 servirono a raccontare la maledizione dell\u2019ospedale di Gorizia e la sua trasformazione. Giornate indimenticabili e decisive perch\u00e9 alla troupe del film si unirono le ragazze e i ragazzi delle cooperative di Imola, che avevano vissuto o stavano ancora attraversando &#8211; nella realt\u00e0 &#8211; momenti di disagio mentale, e che presero a riempire con incontenibile e a volte silenzioso entusiasmo e con strabiliante professionalit\u00e0 tutte le scene delle camerate e delle prime assemblee goriziane. E\u2019 li, credo, che ha preso definitivamente \u2018corpo\u2019 il personaggio di Franco Basaglia. Per merito degli altri corpi e degli altri sguardi in cui mi impigliavo. Tutto si confuse. Tutti ci perdemmo. Unendo le nostre forze, scambiandoci consigli o semplicemente osservandoci da lontano, stavamo cercando di raccontare tutti insieme una delle storie pi\u00f9 importanti del secolo appena trascorso. Quindi ci trasferimmo a Trieste. Esaurite, nelle prime giornate friulane, le riprese degli esterni dell\u2019ospedale psichiatrico di Gorizia, entrammo al S. Giovanni: in quella che appena qualche decennio fa era chiamata, dai cittadini di Trieste, \u2018la citt\u00e0 dei matti\u2019 e ora \u00e8 sede del Dipartimento di salute mentale. Temevo questo momento da quando erano iniziate le riprese. Paventavo l\u2019incontro con tutte le persone che avevano conosciuto Basaglia, che ci avevano lavorato o erano stati suoi pazienti, e da cui temevo di sentirmi osservato. Mi aspettavo tutta una sfilza di \u201cIo che l\u2019ho conosciuto, per\u00f2 te digo\u2026\u2019. E invece avvenne tutto il contrario. Tutti mi chiamavano Franco. Ciascuno mi raccontava la propria storia. Che si fosse fra i viali, o nel mitico ristorante-cooperativa \u2018Il posto delle fragole\u2019, o nel grande roseto creato da Franco Rotelli, si respirava fiducia. Peppe Dell\u2019Acqua fu il mio Virgilio. Che non ringrazier\u00f2 mai abbastanza. Finite le riprese o quando non lavoravo, qualche volta lo accompagnavo nei suoi giri, nei centri di salute mentale, nelle microaree, in tutti quei luoghi resi possibili da una delle leggi pi\u00f9 civili e pi\u00f9 avanzate al mondo. Mi presentava a tutti come Franco Basaglia e tirava dritto senza dare molte spiegazioni. Grazie a lui potevo constatare con i miei occhi quali fossero gli esiti dell\u2019unica rivoluzione portata a termine in questo Paese. Capire davvero cosa significa cercare di applicare quotidianamente la \u2018Legge 180\u2019 per riempirla concretamente di senso e come sia tutt\u2019oggi facile disattenderla. Avevo il privilegio di attraversare, per qualche settimana, un territorio dove, ogni giorno, persone pazienti e preparatissime mettono a disposizione tutte le proprie energie per aiutare \u2018i nostri fratelli pi\u00f9 sfortunati\u2019, in strutture pubbliche dove non esiste pi\u00f9, come diceva Basaglia, una psichiatria per i poveri e una psichiatria per i ricchi. Persone consapevoli che, una volta restituita dignit\u00e0 e diritti civili a persone per decenni private di tutto, la maggior parte del lavoro sia ancora da fare. Allo stesso tempo, per\u00f2, stabilito un contatto con \u2018il corpo\u2019 di Franco e finch\u00e8 l\u2019incantamento perdurava, potevo anche guardare il presente, con un po\u2019 dei suoi occhi. Ma quale presente si offre dunque oggi al nostro sguardo? Temo che, paradossalmente, e forse in controtendenza rispetto a quel che pi\u00f9 spesso accade &#8211; quando si ha l\u2019impressione che il sentire comune sia pi\u00f9 avanti delle leggi che regolano la nostra comunit\u00e0 &#8211; in questo caso la netta sensazione sia quella di disporre oggi di uno strumento legislativo e culturale molto pi\u00f9 avanzato rispetto alla sensibilit\u00e0 diffusa. Come si sia arrivati a questo credo sia un quesito a cui non sia difficile azzardare delle risposte. Venendo da alcuni decenni in cui le politiche di questo paese sono state sempre pi\u00f9 spesso gestite e direzionate facendo leva sui temi della paura, della chiusura e della diffidenza, sul pensare innanzitutto a come difendersi dall\u2019altro, se questo insomma \u00e8 stato il laboratorio con cui sono state costruite sistematicamente le paure di una comunit\u00e0, \u00e8 ovvio che oggi quello stesso paese viva pi\u00f9 sulla paura che sull\u2019ascolto. Aver paura dell\u2019altro significa aver paura di perdere quel poco o tanto che si ha; una paura che non conosce distinzioni di classe, che attraversa trasversalmente tutto il tessuto sociale, dai ceti pi\u00f9 abbienti a quelli pi\u00f9 disagiati. Perch\u00e9 la paura \u00e8 un sentimento dall\u2019innesco facile, un virus di rapido ed irrazionale contagio. Esattamente contro tutto questo, del resto, avevano combattuto Basaglia e i suoi collaboratori e contro tutto questo (oltre che contro uno sterminato elenco di altre questioni) sta oggi a noi, ogni giorno, continuare a combattere. Ecco perch\u00e9 un quotidiano nazionale (L\u2019Unit\u00e0 del 9 febbraio 2010), nel dedicare tutta la sua prima pagina \u2013 fatto per\u2019altro decisamente eccezionale &#8211; all\u2019enorme successo di questo film, intitolava: \u201c<a href=\"https:\/\/fabriziogifuni.it\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Basaglia_losguardochemanca.pdf\"><em>Lo sguardo che manca<\/em><\/a>\u201d. Ed ecco perch\u00e9 sono convinto che un piccolo film come questo \u2013 nato dalla passione e dalla determinazione di molti &#8211; contribuendo al recupero di un altro pezzo di memoria condivisa &#8211; rappresenti anch\u2019esso \u2018un atto sacrale di conoscenza\u2019.<\/p><p><strong>Fabrizio Gifuni<\/strong><\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Franco Basaglia Corpo a corpo Amo il mio lavoro con tutte le mie forze.Sono disposto a giocarmi tutto in un teatro. 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