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"Roserio's God"

studio sul primo capitolo - 2015

Press

Gifuni ciclista

Nel «Dio di Roserio» di Testori l’attore conferma un talento capace di offrire trascinanti prove di bravura

E’ ormai evidente che Fabrizio Gifuni è un talento anomalo, capace di offrire trascinanti prove di bravura soprattutto quando si impegna in certe imprese solitarie, nelle quali trae linfa dal confronto con ardui testi di matrice letteraria. Dopo aver affrontato, con altissimi risultati, la scrittura di Gadda e Pasolini, l’attore ha cominciato ora a misurarsi con un altro grande del Novecento, Giovanni Testori, ricavandone una performance verbale forse persino più impressionante.
E’ vero che il suo percorso drammaturgico nel primo romanzo dell’autore di Novate, Il dio di Roserio, è stato proposto al Teatro Franco Parenti di Milano in una situazione particolare, al termine della consegna dei premi Testori, e in forma di “studio”, dunque in una versione ancora in fieri: ma proprio questa sorte di illuminante provvisorietà ha consentito di penetrare ancor più a fondo nei recessi del suo “laboratorio creativo”, mostrandone alcuni tracciati con inusitata evidenza, e inducendo qualche ulteriore riflessione sul fondamentale tema della lingua testoriana.
Il dio di Roserio, pubblicato nel ’54, più di uno spaccato neo-realistico sulla Milano del dopoguerra è una sorta di tragedia moderna ambientata nel mondo delle corse ciclistiche di periferia, arena infernale dove si emerge o si soccombe, dove si versa sudore e sangue per un trafiletto sulla “Gazzetta”. Un campioncino locale, Dante Pessina, in una giornata di scarsa vena teme di essere preceduto al traguardo dal suo gregario, il Consonni, quindi ne causa volontariamente la caduta, facendone un povero mentecatto per il resto della vita.
Gifuni, che per ora ha lavorato solo sul primo capitolo, quello che espone il punto divista del Consonni, parte proprio da questa figura di piccolo eroe caduto, dal suo sguardo fisso nel vuoto, dal suo parlare disarticolato, un po’ meccanico, un po’ ottuso. Ma lui non sembra utilizzare questo disfacimento espressivo per enfatizzare il pathos del personaggio, la sua condizione di inerme vittima del fato, come aveva fatto una dozzina d’anni fa Maurizio Donadoni in una sua forte interpretazione dello stesso testo, diretta da Valerio Binasco.
Con ingegnosa intuizione l’attore si basa su questo eloquio quasi infantile per fornire -almeno per ora, chissà poi come proseguirà la sua ricerca – una insistita, minuziosa ricostruzione visiva delle varie fasi della corsa che precedono l’incidente, colte con una sensibilità che si potrebbe definire impressionistica: in una sorta di dilatazione percettiva e temporale, i dettagli della strada e del paesaggio diventano così l’espediente per rinviare il momento fatale della caduta, dell’incontro col destino.
La trovata decisiva, che è già tutta presente nello stile di Testori, che Gifuni esalta con la sua mostruosa tecnica recitativa, è proprio in questa scena di scandire la sequenza degli avvenimenti attraverso le sensazioni soggettive del ciclista, un cane da schivare, «la parte di afa che pareva che bollisse». Fermo su una sedia, l’attore evoca tutto ciò che solo in virtù della parola, ma gli basta un accenno di movimento – come il gesto di alzarsi sulla sella ad aggiustarsi «le mutandine» – per conferire un’attesa fisicità a quella semplice lettura. Ciò che più colpisce è lo straordinario effetto plastico per cui sembra che lo sguardo del corridore sia fermo, e si muova il mondo attorno a lui: ecco allora che «si è alzato un palo del telefono», «è venuta giù una parete di roccia» e «in mezzo al verde, si vedeva saltar sul letto o sul muro di qualche casa». Delle mucche si scorgono le gambe, delle auto «l’acciaio del paraurti, il radiatore, il parafango. Dopo, niente. Dopo ancora, il radiatore, il paraurti, il parafango della macchina che veniva dietro. Dopo, niente, un’altra volta» e questo accavallarsi di immagini suggerisce una sorta di dinamismo futurista, una simultaneità di sensazioni – anche se l’accostamento è forse poco testoriano – che fa pensare a Boccioni.
La vaga cadenza lombarda, il ritmo allucinato che Gifuni conferisce al racconto, la lieve distorsione che imprime a ogni singola parola confermano una volta di più quanto la centralità della questione della lingua: del dio di Roserio non ci sono le convulse invenzioni lessicali che accenderanno l’Amleto e tutti i testi successivi. Eppure si avverte che quello usato dai personaggi non è l’eloquio di ogni giorno, è già una lingua plasmata ad hoc, dotata di un proprio autonomo impatto emotivo. Ma si capisce bene, in questo caso, che la potenza linguistica di Testori non è tutta e non è soltanto nella sua pagina scritta, è anche in gran parte nella fantasia dell’interprete che la coglie e la valorizza.

Renato Palazzi – Il Sole 24 ore, 3 gennaio 2016