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Leopardi/Pasolini

Leopardi-Pasolini

"Leopardi/Pasolini: il piacere infinito del pensiero"

un’idea di Fabrizio Gifuni

Recanati, Orto sul Colle de L’infinito – 29 giugno 2022

Ho raccolto con entusiasmo l’invito al Colle dell’Infinito, per la tradizionale apertura del 29 giugno, lavorando a una drammaturgia originale in cui le parole dei due poeti sembrano sfiorarsi a distanza in un imprevedibile e sorprendente gioco di rimandi.

Ho immaginato cinque Pensieri di Giacomo Leopardi, più un brano tratto dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, intrecciati a quattro capitoli di Ragazzi di vita – romanzo d’esordio di Pier Paolo Pasolini – a ad alcuni versi del poeta friulano.

Pensieri sulla violenza, la morte, il coraggio, il cinismo degli italiani e persino il tema delle ricorrenze (quest’anno quella dei 100 anni dalla nascita di Pasolini) “con-suonano” in un unico concertato sulla passione civile che lega il più grande poeta dell’800 italiano ad una delle voci più eclettiche e autorevoli del nostro ‘900. Dando vita, davvero, a un piacere infinito del pensiero.

Fabrizio Gifuni

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Esterno notte

Esterno Notte

Esterno notte - 2022

Regia di Marco Bellocchio

L’opera di Marco Bellocchio, che sarà presentata al Festival di Cannes nella sezione Première, arriverà come film nelle sale in due parti, la prima dal 18 maggio, la seconda dal 9 giugno 2022 e sarà trasmessa nell’originale formato seriale in autunno su Rai 1.

Non sorprende che Thierry Frémaux abbia scelto di presentare a Cannes quest’opera” – commenta Andrea Occhipinti – “Quello che Marco Bellocchio ha realizzato è un vero capolavoro. Il racconto di un momento cruciale della storia del nostro paese e non solo, di una generazione, di una famiglia, di un uomo. Un grande film avvincente e tremendamente attuale“.

Con: Fabrizio Gifuni (nei panni di Aldo Moro), Margherita Buy, Toni Servillo, Fausto Russo Alesi, Gabriel Montesi e Daniela Marra

Sceneggiatuta: Marco Bellocchio, Stefano Bises, Davide Serino, Ludovica Rampoldi
Montaggio: Francesca Calvelli
Scenografia: Andrea Castorina
Produzione: The Apartment, Kavac, ARTE France; in collaborazione con Rai Fiction
Distribuzione: Lucky Red
Distribuzione internazionale: Fremantle

1978. L’Italia è dilaniata da una guerra civile. Da una parte le Brigate Rosse, la principale delle organizzazioni armate di estrema sinistra, e dall’altra lo Stato. Violenza di piazza, rapimenti, gambizzazioni, scontri a fuoco, attentati. Sta per insediarsi, per la prima volta in un paese occidentale un governo sostenuto dal Partito Comunista (PCI), in un’epocale alleanza con lo storico baluardo conservatore della Nazione, la Democrazia Cristiana (DC). Aldo Moro, il Presidente della DC, è il principale fautore di questo accordo, che segna un passo decisivo nel reciproco riconoscimento tra i due partiti più importanti d’Italia. Proprio nel giorno dell’insediamento del governo che con la sua abilità politica è riuscito a costruire, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Aldo Moro viene rapito con un agguato che ne annienta l’intera scorta. È un attacco diretto al cuore dello Stato. La sua prigionia durerà cinquantacinque giorni, scanditi dalle lettere di Moro e dai comunicati dei brigatisti: cinquantacinque giorni di speranza, paura, trattative, fallimenti, buone intenzioni e cattive azioni. Cinquantacinque giorni al termine dei quali il suo cadavere verrà abbandonato in un’automobile nel pieno centro di Roma, esattamente a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI.

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PrimaVeraGaribaldi2022

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Taormina 2021

Fabrizio Gifuni

Teatro Antico di Taormina, Taormina legge Dante

Fabrizio Gifuni legge dal 26° canto dell’Inferno (Canto di Ulisse) e dal 33° canto del Paradiso

Taobuk, in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura

Teatro Antico di Taormina – 19 giugno 2021

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Festivaldera 2021

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Fabrizio Gifuni in Italo

Fabrizio Gifuni in “Italo” per il ciclo “Poco più che persone”

Drammaturgia di Michele Santeramo

Un progetto di Marco D’Amore

Anfiteatro Teatro Era – Pontedera (Pisa), 30 giugno 2021

Foto di Luca Passerotti

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primo Levi-trentanni dopo

“I sommersi e i salvati” - Festival Biennale Democrazia, Teatro Regio di Torino - 27 marzo 2019 - Foto di Alessandro Bosio

Primo Levi

Trent’anni dopo. Primo Levi e le sue storie

Mestieri
Fabrizio Gifuni legge da Il sistema periodico, L’altrui mestiere, La chiave a stella, Poesie, Le pratiche inevase
Torino, Auditorium Grattacielo Intesa San Paolo – giovedì 16 marzo 2017

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Tel. 06.85304810
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Natalia Di Iorio (per la distribuzione degli spettacoli teatrali)
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Sito Web a cura di Sabrina Persichetti

Traduzione inglese a cura di Lynn Swanson

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The man who did not sleep

Officina di PPP

L'officina di Pier Paolo Pasolini - The Man who did not Sleep

“Fabrizio Gifuni a Belgrave Square”

di Emanuele Trevi

Con Fabrizio Gifuni abbiamo sperimentato varie volte quello che si potrebbe definire un ibrido, un “OGM” di critica e teatro. Io parlo a modo mio, e a un certo punto Fabrizio irrompe, fa esplodere l’argomento, lo fa slittare in un’altra dimensione che mi sorprende sempre, anche nel caso in cui abbiamo fatto delle prove. Con Pier Paolo Pasolini le cose si complicano ulteriormente, diventando insieme più belle e più rischiose, perché a un certo punto diventa chiaro che siamo in tre, due vivi e uno spettro. Anche se volessimo scrollarcelo di dosso, o semplicemente allontanarlo, ormai sarebbe troppo tardi. Ma poi c’è da dire che P.P.P. è uno spettro molto simpatico, ironico, tollerante con gli sforzi che gli altri fanno per decifrarlo. Il bello è che io e Fabrizio siamo entrambi individui poco inclini al sovrannaturale, pochissimo al mistico. Fabrizio è addirittura della Juventus, tanto per dire. ma è proprio a tipi come noi che i fantasmi si accollano, come si dice a Roma. E la colpa è la nostra. Per anni, lui con quel bellissimo spettacolo intitolato ‘Na specie de cadavere lunghissimo ed io con un libro – Qualcosa di scritto – abbiamo scavato in una montagna, trovando molto più di quello che ci eravamo aspettati. Fabrizio ha avuto due compagni di scavo invidiabili, Giuseppe Bertolucci e Giorgio Somalvico; io mi sono incamminato in compagnia di altri spettri, quello di Laura Betti e quello di Petrolio, che in tutti i sensi è un vero ghost-book. Ne sono venute fuori due opere che possiedono una loro involontaria “gemellarità”, non saprei come altro definirla. Nell’oceano di libri, spettacoli, film, opere musicali su P.P.P., solo lo spettacolo di Fabrizio mi ha fatto pensare che guardavamo la stessa cosa. Ed è stato forse questo cortocircuito che ha propiziato la seduta spiritica, perché uno spettro, per non essere una semplice immaginazione soggettiva, ha bisogno di essere guardato in due.
All’IIC di Londra, la sera del quarantesimo anniversario dell’omicidio di P.P.P., Fabrizio è stato perfetto. Prima di cominciare, mentre fumavamo una sigaretta nel vicolo dietro l’entrata principale, abbiamo parlato della paura che viene sempre prima di affrontare un pubblico, qualsiasi pubblico. Eppure andiamo sempre in giro, capita decina di volte in un anno. Ma insomma, la paura non è male. Ti concentra. Io credo che le emozioni sono tutte abbastanza inutili e casuali. Su Belgrave Square si stendeva una rada nebbiolina, destinata ad infittirsi per tutta la notte. Finendo la sigaretta, Fabrizio mi ha detto pressappoco: “Tutto sta nei primi cinque minuti, glielo devo fare vedere, se lo vedono poi fila tutto liscio.”. Cosa intendeva? Non lo spettro in sé, P.P.P. nessuno lo può costringere o governare. Diciamo allora: lo spettro dello spettro – quelle infinite proiezioni di sé come cadavere martoriato, gatto schiacciato da un copertone, pesce mezzo mangiato, bestia ridotta in poltiglia che P.P.P. amava tanto quando ancora era vivo. Piaceva, a quell’uomo inimitabile e straordinario, immaginare il suo cadavere. Esercizio spirituale degno di un Ignazio da Loyola, e per niente alla portata di tutti. Serve una mente sottile, ironica, capace di sintesi. Io sono completamente incapace di immaginare il mio cadavere, e credo che lo stesso valga per Fabrizio. Ma Fabrizio si è impadronito di qualcosa di prezioso. Ha rubato a P.P.P. una potenza, una peculiarità della sua anima. Non un’idea, tutti sono buoni a impadronirsi di un’idea, ma una fonte di energia ancora intatta, ancora vibrante. E’ una cosa un po’ strana e poco professionale quella che sto per dire, perché il mio ruolo era quello di collaborare attivamente allo spettacolo, ma dall’inizio alla fine ho ammirato Fabrizio come fossi stato comodamente seduto fra il pubblico. E del resto, usavamo anche lo stesso tipo di sedie. Io mi dico sempre la stessa cosa, quando ammiro qualcuno, quando ammiro un particolare gesto artistico: questa persona, mi dico, sta procedendo sul filo di lana dell’incomprensibile. E che significa? Non lo spiegare. Ma le parole sono quelle. Posso solo dire che per procedere su quel filo bisogna farsi più leggeri che si può. Così come l’essenza del santo è la trasformazione della carne in fiato. E come la carne è la custodia dello spirito, così il fiato è il corpo della voce, la sua materia prima. Queste sono tutte trasmutazioni che discendono da un’alchimia complessa, lungamente meditata da Fabrizio. Perché la posta in gioco è alta: liberarsi definitivamente da quell’idea un po’ stolida dell’attore che “recita” o “esegue” qualcosa che uno si leggerebbe molto più comodamente a casa. Creando, al contrario, qualcosa che può esistere solo lì, in quel dato momento, un pomeriggio d’autunno a Londra e la prossima volta chissà dove. E che non assomiglia a nessun altro modo in cui possiamo leggere i libri di P.P.P. o sentirne parlare o ascoltare su YouTube una sua intervista. Alla fine, quando ormai il pubblico è quasi tutto in piedi e la sala si svuota, hai la sensazione che quel grumo di materia psichica che Fabrizio ha fatto vedere sia rimasto ancora un poco lì, tremando nella sua leggerissima consistenza, prima di dissolversi nell’ombra.

“Campi magnetici a Belgrave Square
Pasolini a Londra a quarant’anni dalla sua morte”

di Fabrizio Gifuni

Ho sempre pensato al teatro come a un rito magico.
Un rito in cui gli attori e gli spettatori, sia pure in ruoli differenti, esercitano attivamente la propria influenza.
E’ il campo magnetico, ciò che potenzialmente può attivarsi nello spazio deputato all’incontro – un teatro, una piazza, l’aula di una scuola – la questione centrale da cui tutto ha inizio, in definitiva. L’incontro fra corpi vivi, in un tempo in cui gli stessi sembrano spesso scomparire, trasmigrati dall’epoca della riproducibilità delle immagini a quella definitivamente virtuale della rete. Il teatro è sempre stato e resta, innanzi tutto, questo. E di ciò gli artisti, in primo luogo, non dovrebbero mai dimenticarsi. In quello spazio e in quel tempo – il tempo della rappresentazione – dovremmo pretendere, sempre, che accada qualcosa che determini un cambiamento anche piccolo ma significativo nello svolgimento ordinario delle nostre vite. Sia gli artisti che gli spettatori dovrebbero essere più esigenti con il teatro.
Un brutto spettacolo ci infastidirà sempre più di un brutto film perché consciamente o inconsciamente ci farà sempre avvertire la sgradevole sensazione di un’occasione persa: più grande è l’investimento in termini fisici più grande può essere la delusione.
Credo non ci sia un altro poeta del Novecento italiano che come Pasolini sia riuscito con maggior decisione a mettere il corpo al centro della scena. Con la grazia e la scandalosa, feroce mitezza che faceva unica la sua voce, Pasolini lo ha trasformato nel più potente ordigno metafisico mai depositato sul suolo della letteratura contemporanea, in grado di propagare le sue onde magnetiche sulla sua vita, sull’opera e sulla sua stessa morte.
Che si trattasse di percorrere un campo di calcio, di dragare la notte le strade di Roma, di posare nelle ultime foto non occasionali che lo ritraggono nudo nel suo rudere di Chia o di giacere, infine, straziato nella polvere negli ultimi fotogrammi della sua vita. Che lo si ami o lo si detesti, una cosa è certa: quel corpo non c’è più modo di dimenticarlo. Inevitabilmente esposto al pericolo dell’icona, ma sempre necessario a ricomporre la tela di un discorso poetico, il corpo di Pasolini sta sempre lì ed è impossibile non farci i conti.
Bene. Quel poco o tanto che mi ha lasciato Pasolini è solo ciò di cui il mio corpo a sua volta si è fatto carico negli ultimi quindici anni. Il mio lavoro è questo. Prendo le parole degli altri. Attraverso la memoria, qualche volta solo con gli occhi, me le metto addosso. Le peso. Poi le condivido con gli altri e non smetto più di farlo. Con Pasolini l’agone – il complesso dei giochi – confina spesso con un’agonia. Ma il piacere è vertiginoso.
Così è stato a Londra, nella serata del primo novembre, ospiti con Emanuele Trevi dell’Istituto Italiano di Cultura nella bella sala di Belgrave Square che per quel giorno si è fatta teatro.

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Pasolini maestro corsaro

Officina di PPP

L'officina di Pier Paolo Pasolini - "Pasolini maestro corsaro"

Documentario di Emanuela Audisio, con 3D produzioni
Letture di Fabrizio Gifuni
Musica di Remo Anzovino

‘Pasolini, maestro corsaro’ – 2 novembre 2015


Pier Paolo Pasolini quarant’anni dopo. Cosa resta del suo sguardo sull’Italia e sul mondo. Il cinema, i libri, la passione per il calcio. Fu ucciso sul litorale di Ostia il 2 novembre 1975. Il suo cadavere continua a tormentare chi non crede alla realtà ufficiale. Ma cosa è cambiato nei luoghi che frequentava? E quante delle sue profezie si sono avverate? 60 minuti di testimonianze: dagli amici come Maraini, Davoli, Galeone, Poli, Ferretti, Naldini, Asti a chi ancora oggi riscopre forza e originalità nella sua opera. Fino all’ultimo mistero delle foto.