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La meglio gioventù-Rota

"La meglio gioventù" - Foto di Angelo Turetta

The Best of Youth - 2002

Press

I caratteri di una nazione

Dal Festival di Cannes, gli interpreti parlano dei loro personaggi

Fabrizio Gifuni (Carlo Tommasi)

Con alcuni degli attori di questo film ho condiviso con chi cinque, con chi dieci, con chi addirittura quindici anni di vita: è stato un elemento prezioso per dare quel senso di amicizia e confidenza assoluta che traspare dallo schermo. Con Luigi e Alessio ci conosciamo da quando avevamo vent’anni. Abbiamo iniziato a condividere insieme l’avventura di questo lavoro, le case, le serate, le interminabili discussioni. Non so se questo ti aiuta a riprodurre meglio uno stato d’animo. Sicuramente ci sono delle cose che sono già nei corpi, la naturalezza è come un filo rosso che non si interrompe mai. Anch’io rivedendo il film sono stato colpito dalle parti di grande amicizia. Sia quando siamo giovani, sia nel finale al casale. Le parti da cinquantenne sono una variabile sconosciuta e rivedersi è molto emozionante. Perché è un’ipotesi plausibile su come potresti davvero diventare. In fondo Carlo non perde mai la luminosità della giovinezza ma la mette al servizio delle istituzioni. Di questo personaggio mi ha conquistato la fiducia nel proprio Paese. E sinceramente in questo momento non è tanto facile da recitare. Sicuramente tra le fonti di ispirazione del personaggio c’è anche Ambrosoli. Una consapevolezza e tranquillità che non crollano. Poi della parte adulta mi piace, di Carlo, il senso di accoglienza verso una famiglia allargata, che si è stratificata nel tempo e che è rappresentata da questo casale che viene ristrutturato e aperto a tutti. Giordana è stato grandissimo perché gli attori hanno una consapevolezza relativa di quello che sarà il racconto, ognuno conosce il suo percorso. Cerchi di capire come costruirlo, ma Marco Tullio ha una padronanza assoluta degli ingredienti, conosce ogni tessera del puzzle e dove deve andare. Il titolo del film ovviamente viene dalla Meglio gioventù pasoliniana, la raccolta di liriche rivolte alla luminosità e all’utopia di un mondo contadino morente, ma anche dalla Nuova forma della meglio gioventù, l’apocalittica e nera riscrittura romana di quelle poesie. Il miracolo compiuto da Rulli, Petraglia e Giordana e essere riusciti a fondere insieme queste due opere.

a cura di Massimo Rota – Duel, giugno-luglio

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La meglio gioventù-Alberione

"La meglio gioventù" - Foto di Angelo Turetta

The Best of Youth - 2002

Press

Gioventù amore e rabbia
Premiato al “Certain regard” di Cannes, il film di Giordana dimostra come sia possibile fare tv e ritrovare il cinema civile.

Parte dal centro – dalla capitale – il viaggio del film di Giordana, che poi si muove fuori e dentro i confini della madre patria a dimostrazione di una vocazione centrifuga, potenzialmente sbandata o forse solo anelante alla libertà, del racconto e dei personaggi.
Parte da uno scorcio romano (che torna tre volte nel film), un coacervo di architetture e di epoche storiche che costituisce già un’indicazione: come se la storia fosse fatta di accostamenti, integrazioni, ampliamenti più che di cancellazioni, abrasioni e rotture. Parte da un tempo sospeso, da un vuoto – la “vacanza” estiva del 1966 – per attraversare quasi quattro decenni di storia italiana, anni pieni e pesanti di fatti, persone, avvenimenti, questioni private e vicende pubbliche.
Nasce così il corso fluviale della Meglio gioventù. Con una forma che è già sostanza di un discorso storico: una narrazione distesa nel tempo e nello spazio, uno scorrimento a tratti lento e a volte trascinante, con personaggi che sono affluenti impetuosi o sotterranee correnti carsiche… Il fatto stesso che al cinema esca diviso in due parti – un primo atto che va dal 1966 al 1982; un secondo dall’82 a oggi – sembra un riverbero della natura stessa dei personaggi («Chi non è diviso in due? Tu sei tutto poliziotto? lo sono tutto medico?»). Forse della natura stessa degli italiani.

La meglio gioventù è un heimatfilm nostrano che, attraverso la vita di due fratelli, dei loro consanguinei e amici, tenta il bilancio di una generazione che non è stata solo di rivoltosi e terroristi, come poteva sembrare qualche tempo fa, e nemmeno, come a volte sembra oggi, di figli di puttana che prima o poi sono saliti sul carro del vincitore di turno. Questa “meglio gioventù” è una generazione – ma forse si potrebbe dire un Paese – che ha ospitato al suo interno speranze e contraddizioni, spinte in avanti e bruschi stop, docce gelate e brucianti passioni, la lotta e l’impegno, il disordine e il bisogno di regole. Una generazione che voleva tutto ma che ha trovato o perduto molte cose per caso. Rulli, Petraglia e Giordana lo sanno perché è proprio dei migliori anni della loro vita che si sta parlando. Ma non hanno un’ambizione sociologica o epocale: scelgono di guardare agli individui, alle persone o al massimo ai gruppi che conoscono meglio. La “meglio gioventù” evocata dalla canzone era quella delle persone chiamate a fare la guerra e perciò destinate ad andare “sottoterra”; qui, in un senso più ampio, esprime la condizione di chi si assume delle responsabilità, fa delle scelte per governare la propria vita o aiutare quella degli altri Con il rischio di non farcela o di finire travolto dagli eventi.

«L’Italia è un paese bello e inutile… Un paese da distruggere» dice il professore universitario all’inizio del film. Dopo circa sei ore, sapremo che «tutto è veramente bello» e che è valsa la pena di vivere, lottare, amare, cercare di capire e di migliorare il mondo.
La meglio gioventù, al di là del titolo e di un riferimento puntuale alle posizioni di Pasolini sugli scontri tra contestatori e polizia, non è un film pasoliniano: non lo è nella messinscena e non lo è negli assunti ideologici. Non ne ha la religiosità e la fisicità, anche se ne condivide la stessa matrice civile (secondo quella linea minoritaria della cultura italiana che comprende nomi come Dante, Foscolo, Leopardi e, appunto, Pasolini), ma non è un film pessimista, esacerbato e sconsolato come l’Italia aveva fatto diventare Pasolini. Al contrario: il film di Giordana gronda dolore ma distilla speranza, contiene il tragico (nella figura di Matteo) ma subordina tutto al suo impianto “progressista”, e cioè a un’ipotesi riformista e migliorativa della società e della vita. Addirittura prevede la conservazione di un’amicizia interclassista che resiste agli anni e all’acuirsi delle diversità tra le persone: segno di una fratellanza possibile degli italiani in nome di una storia comune e condivisa (siccome gli italiani si scoprono fratelli solo in occasione dei mondiali di calcio, i nostri eroi non esitano a tifare Corea per smontare la più superficiale delle esibizioni di italianità).

E’ un film talmente dominato dalla positività da riuscire nell’impresa di fondere cinema e televisione. Infatti non è per nulla “antitelevisivo” come viene detto da coloro che ritengono impossibile l’accostamento qualità e tv. La meglio gioventù è una grande lezione su come si potrebbe usare al meglio il mezzo televisivo, i suoi codici linguistici, le sue tipiche strutture narrative. La sceneggiatura non ha paura di richiamare la tradizione del feuilleton e magari anche qualche topos da telenovela (come quel figlio di un’unica notte d’amore che a un certo punto sbuca fuori…; ma va benissimo, perché la sceneggiatura ha già previsto anche una possibile replica a chi criticasse una scelta del genere, quando dice: «le cose brutte ci sembrano naturali, le cose belle facciamo tanta fatica a crederle»).

Soprattutto è un film di immagini che cercano di “cogliere il mistero” dell’esistenza individuale, dei vissuti relazionali e del tessuto storico che ogni vita e ogni scelta alimenta. Forse non è sempre riuscito l’invecchiamento di alcuni personaggi, ma quel che davvero conta – la loro anima – balza in tutta evidenza sullo schermo: lo “spirto guerrier” di Matteo o la “simpatia” di Nicola sono impresse nei volti di Alessio Boni e Luigi Lo Cascio (ed è un discorso che vale per l’intero cast, uno dei migliori visti in un film italiano degli ultimi vent’anni). E’ anche grazie a questi attori che La meglio gioventù diventa uno straordinario esempio di cinema glocal: una storia d’Italia inedita e preziosa (davvero a molti “carati”), ma anche il romanzo di formazione di chiunque abbia capito che la storia, comunque e dovunque, siamo noi.

Ezio Alberione, Duel – giugno/luglio 2003

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La meglio gioventù – Fittante

"La meglio gioventù" - Foto di Angelo Turetta

The Best of Youth - 2002

Press

La meglio gioventù

Un affresco storico che abbraccia quarant’anni, da Capo Nord a Palermo. Da uno straordinario copione di Rulli & Petraglia, Marco Tullio Giordana disegna il suo capolavoro

Due densissimi atti per un lungo e a tratti straziante affresco che parte nel 1966 e arriva ai giorni nostri: il precedente del capolavoro di Marco Tullio Giordana è un’altra pellicola italiana dalle identiche coordinate e ambizioni storiche – Novecento di Bernardo Bertolucci – anch’esso distribuito nei cinema in due parti. Li accomuna, altresì, la sottotraccia melodrammatica (Giordana confessa di avere pensato a Fassbinder), il respiro grande dell’opera lirica, l’assoluta mancanza di vergogna nel bagnarsi con le lacrime della vita, con l’assoluto e la purezza (il tormentato personaggio di Matteo, per il quale si tifa: e grazie ad Alessio Boni), con la coerenza e l’etica (Nicola: un’altra straordinaria testimonianza di Lo Cascio), con il ripudio e le scorciatoie (l’intensa, ispida brigatista di Sonia Bergamasco), con il feroce pragmatismo istituzionale (il pacato, sottile Carlo di Gifuni, qui alla sua prova cinematografica più matura). Il meglio e il peggio di una generazione, pasolinianamente contrastata, coinvolta e distaccata, calda e distratta, come un’opera al nero di Rainer Werner Fassbinder appunto. Da uno dei migliori copioni scritti in Italia negli ultimi vent’anni (di Sandro Petraglia e Stefano Rulli), Giordana – già cantore dell’ossimoro, a cominciare dal suo felicissimo esordio del 1980, Maledetti vi amerò, del che facciamo noi dopo la Rivoluzione? – dipinge, colora, mostra, guarda, osserva, scava, divelle i suoi personaggi predatori di un futuro migliore con l’affetto del fratello maggiore che ci è già passato e che ha voglia, innanzi tutto, di sottolineare quanto molto di buono c’era anche se si scivola sempre e ancora. In questo, un autentico film sessantottino, libero e svincolato da dogmi cinematografici e ideologici e perfettamente in linea col percorso artistico del regista. Così come segue le passioni del cuore lanciate verso antiche e mai sopite scandalose tenerezze (Truffaut, Visconti, il più volte citato RWF e a noi piace ritornare a/su Bernardo Bertolucci), avvolte in echi musicali (House of the Rising Sun, certo, ma è Oblivion di Astor Piazzolla il sotterraneo motore di ricerca interiore) che paiono (ma probabilmente è proprio così) sopraggiungere da lontano, da un mondo trasformato in fotografia di un tempo, irrimediabilmente passato. Ci innamoriamo, allora, di Matteo e di Mirella, di Giulia e di Nicola, di Carlo e di Francesca, di Giorgia e di Adriana, perché già amati da Giordana e dalla sua fluttuante macchina da presa, davvero – una volta di più – nel senso del prendere, del rubare emozioni, dell’imparare a stare e a starci – e quindi anche davanti e dietro a un obiettivo. Scene madri con una vera madre (quei libri sotto la pioggia, Adriana Asti, Nicola e la dolce, sorprendente Valentina Carnelutti…) che sfida a pugni la tragedia, con un poliziotto che si toglie le scarpe e di mezzo e si getta via perché se non si può avere il meglio dalla gioventù è bene andarsene da un’altra parte, per tornare più tardi, pacificati e consapevoli di poter finalmente essere ciò che si pretendeva. L’esperienza del dolore, la sofferenza delle perdite, l’incomprensione degli sguardi, l’impossibilità che – chissà perché – spesso (ci) si regala a proposito di quella cosa chiamata amore. Ma, e Giordana coglie in pieno il senso della scrittura di Rulli & Petraglia, ognuno è ciascuno e tutti sono liberi e arbitri del proprio destino. È vero, c’è (anche) la Storia: un’alluvione a Firenze e un attentato a Capaci, uno psichiatra che libera i “matti da legare” e qualche milione di giovani sparsi negli angoli più suggestivi di un pianeta che vorrebbe cambiare, (s)travolgere, ribaltare. Ma è il primo prato, la crosta sul quale muoversi e viaggiare, da Capo Nord a Palermo, per capire magari perché si può morire per scelta o per sventura, onore o tumore, perché si è la meglio gioventù o il peggio possa capitarci. Un fiume, questo capolavoro che si presenta in punta di piedi, con pudore e compassione, con (s)balzi di piena che tracimano ostacoli e innocenti. Un romanzo di ottocento pagine e una volta scorte impossibili da riporre sul comodino. Un contenitore, e non nell’accezione mediatica moderna: piuttosto, una realtà “virtuosa”. O come vorremmo (dovremmo) vivere nel mondo.

Aldo Fittante, Film TV – 2003

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La meglio gioventù

"La meglio gioventù" - Foto di Angelo Turetta

The Best of Youth - 2003

Directed by Marco Tullio Giordana

With: Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi

Screenplay: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Cinematography: Roberto Forza
Editing: Roberto Missiroli
Scenography: Franco Ceraolo
Costumes: Elisabetta Montaldo

  • Nastro d’argento as Best Actor in a Leading Role – 2004

Press

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Movimenti

Movimenti

Movements - 2004

Directed by Serafino Murri e Claudio Fausti

With: Fabrizio Gifuni, Cecilia Dazzi, Gabriele Parrillo, Hossein Taheri, Julia Sarano, Rolando Ravello

Screenplay: Serafino Murri e Claudio Fausti
Cinematography: Vittorio Omodeo Zarini
Editing: Letizia Caudullo
Scenography: Paola Donzelli
Soundtrack: Bob Johnson' Soul (Serafino Murri, Claudio Fausti) Rosario Fugà, Alberto Iacovoni, Gabriele Moretti

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In un altro paese

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In un altro paese - 2006 documentary - voice over

Directed by Marco Turco

Voice: Fabrizio Gifuni
Screenplay: Vania del Borgo, Alexander Stille, Marco Turco
Based on the book by Alexander Stille “EXCELLENT CADAVERS – The Mafia and The Death Of the First Italian Republic”
Cinematography: Franco Lecca, Enzo Carpineta
Editing: Luca Mazzolo

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Musikanten

Cinema

Musikanten - 2006

Directed by Franco Battiato

With: Alejandro Jodorowsky, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Chiara Conti, Michela Cescon, Chiara Muti, Antonio Rezza

Screenplay: Franco Battiato, Manlio Sgalambro
Cinematography: Daniele Baldacci
Editing: Riccardo Sgalambro
Scenography: Luca Volpatti
Costumes: Monica Celeste
Soundtrack: Franco Battiato

 

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Fratelli di sangue

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Blood Brothers - 2006

Directed by Davide Sordella

With: Fabrizio Gifuni, Fabrizio Rongione, Barbora Bobulova

Screenplay: Davide Sordella
Cinematography: Diego Rodriguez
Music: Teho Teardo
Editing: Marco Furlani
Apparel by Le Galinelle

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La ragazza del lago

"La ragazza del lago" - Foto di Ramiro Civita

The Girl by the Lake - 2007

Directed by Andrea Molatoli

With: Toni Servillo, Valeria Golino, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Fabrizio Gifuni, Fausto Sciarappa, Denis Fasolo

Screenplay: Sandro Petraglia, Andrea Molaioli
Cinematography: Ramiro Civita
Editing: Giogiò Franchini
Scenography: Alessandra Mura
Costumes: Jessica Zimbelli
Soundtrack: Teho Teardo

Nomination for David di Donatello, Best Actor in a Supporting Role - 2008

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Signorina effe

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Miss F - 2008

Directed by Wilma Labate

With: Valeria Solarino, Filippo Timi, Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino, Fabrizio Gifuni, Clara Bindi, Gaetano Bruno, Luca Cusani, Marco Fubini, Giorgio Colangeli

Screenplay: Wilma Labate, Carla Vangelista, Domenico Starnone
Cinematography: Fabio Zamarion
Editing: Francesca Calvelli
Scenography: Gianmaria Cau
Costumes: Nicoletta Taranta
Soundtrack: Pasquale Catalano

Distribution: 01Distribution