Category: cinema
Empty Eyes - 2000
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Film Festival di Torino
Fa discutere un parricidio
Dopo l’avvio con l’America controcorrente di Dennis Hopper e Abel Ferrara, il Festival ha sposato la causa italiana. Accanto all’”Amore estremo”di Rocco Siffredi, ecco l’odio estremo di “Sole negli occhi”, il bel film di Andrea Porporati che racconta con suspence interiore un caso di parricidio che sembra ispirato alla cronaca nera del caso Maso o di Novi Ligure. Un omicidio efferato e senza causa, ma l’ultima battuta ripete: ”Una ragione ci deve pur essere”. È ufficialmente un giallo psicologico, anzi patologico, con in primo piano il disagio giovanile e la difficoltà dei rapporti: ma attraverso la buona sceneggiatura, la gradazione degli effetti e un interessante contrasto fra due coetanei speculari (l’assassino e il poliziotto), la storia diventa un caso emblematico in cui delitto e castigo si rimbalzano le responsabilità. Racconto non banale, che si richiama alla cronaca ma riesce ad andare oltre, perché aizza l’immaginazione, evita moralismi; e sono magistrali le prove dei due giovani, Fabrizio Gifuni e Valerio Mastandrea. Una ragazza sperduta, con un difficile rapporto pseudo paterno, è al centro di un altro buon film sul disagio generazionale, “Biuti quin Olivia” di Federica Martino, in cui il neorealismo dell’Italia ai margini del benessere è la chiave per introdursi nella psicologia di una ragazza-bambina.
Maurizio Porro, Corriere della Sera – 20 novembre 2001
Empty Eyes - 2000
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Delitto e castigo all’italiana
L’esordio di Porporati, scrittore e sceneggiatore formatosi con Gianni Amelio, è un film insolito. In Sole negli occhi la banalità dell’ambientazione, una riviera romagnola di fine o inizio stagione, fa da sfondo a un dramma che lascia volentieri il terreno della cronaca per quello della psicologia e della morale. Il modello evidente è Delitto e castigo ma stavolta Marco-Raskolnikov (Fabrizio Gifuni nella sua migliore interpretazione infine alle prese con un personaggio pieno e non facilmente caratterizzabile, che egli fa ostico e delicato, intenso e segreto) non uccide una vecchia usuraia bensì il padre. Questi è colpevole ai suoi occhi di chissà quali colpe nei suoi confronti, ma è poi semplicemente un padre che ha disatteso il suo compito e per questo ha procurato al figlio le sue immedicabili ferite. Viviamo in un mondo di padri che non sanno più essere padri, di adulti da commedia o da farsa, ignavi o ignobili, un mondo senza adulta responsabilità, e di giovani che nel loro bisogno di modelli plausibili e saldi annaspano e soffrono, s’intorbidano e si sbandano.
Marco uccide il padre e un giovane poliziotto (l’ottimo Mastandrea) saprà come portarlo dolcemente e lentamente alla confessione e dunque all’uscita dall’abulia morale verso un possibile riscatto. Bravo come sceneggiatore e direttore di attori, Porporati finisce per concedere un po’ troppo alla narrazione di tradizione, non raggiunge una dimensione di rigore all’altezza delle giuste ambizioni del suo film e la sua preoccupazione di un’ambientazione plausibile e di una scorrevolezza dell’azione lo devia alquanto dalla ricerca di un linguaggio proprio e forte, diverso e unico. Una scelta gli si imporrà: o più stile o più racconto (e con il racconto l’adeguamento, il successo?). Si vedrà. Per intanto salutiamo la speranza di un bravo autore e la certezza di un ottimo attore.
Goffredo Fofi, Panorama – 6 dicembre 2001
Empty Eyes - 2001
Directed by Andrea Porporati
With: Fabrizio Gifuni, Valerio Mastandrea, Delia Boccardo, Emanuela Macchniz, Gianni Cavina, Margherita Cenni
Screenplay: Andrea Porporati
Cinematography: Franco Lecca
Editing: Simona Paggi
Scenography: Beatrice Scarpato
Costumes: Beatrice Scarpato
Soundtrack: Andrea Guerra
"I recommend an Italian film, Il sole negli occhi (Empty Eyes) by Andrea Porporati. It’s very well shot and deserves to be seen for the interpretation by the leading man, Fabrizio Gifuni: a terrific actor who is growing day by day, film after film." Pupi Avati, Il Messaggero – 30 November 2001
[...] Here the minimalism is a clear source of symbols, and corresponds to the tranquility of the beholder and the simplicity of the screenplay, which arranged the scenes to capture the ‘utmost’ indications by the characters. At the same time, it corresponds to the fury and folly of tragedy, culminating in the scene of patricide and ambiguous stasis in which movement is shown in the expressions, the tight close-ups, of Fabrizio Gifuni, a great actor who has become the most astonishing cinematographic figure in contemporary Italian films. Andrea Caramanna, reVision
[...] The merit, there is no doubt, goes to the actors: from Fabrizio Gifuni’s test of maturity to the sober and unpretentious Mastrandrea and Cavina, and the always sweet Delia Boccardo. Aldo Fittante, FilmTv – 2 December 2001
[...] Superior to any praise, Fabrizio Gifuni, the only Italian actor of his generation. Stefano Selleri, Gli spietati
[...] Gifuni and Mastandrea are very good and the name of Dostoevsky is not invoked in vain. Fabio Ferzetti, Il Messaggero
[...] Gifuni thus confirms that he is an actor of whom you can never say enough good things and who in recent years has carved out a rather uncomfortable task for himself: showing us characters we’d prefer to forget and – as in the case of Marco – men better consigned to the printed oblivion of daily newspapers, allowing us to live more peacefully. [...] SuperEva.it
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Winter - 2001
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“Inverno”, storie di coppie e storie di vampiri
Storie di coppie, storie di vampiri. I vampirizzati: un giovane scrittore e la moglie gallerista (Fabrizio Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi). I vampiri: un uomo maturo di soave arroganza (Yorgo Voyagis) e la sua consorte dall’aria sventata (Valeria Golino) che in realtà è una terribile “acqua cheta”, pronta a introdursi con destrezza nelle crepe degli altrui ménage. Aggiungete uno psichiatra confuso (Alberto Di Stasio), un manoscritto che passa di mano in mano, un doppio tentativo di seduzione che non andrà in porto ma si trasformerà in furto letterario, e capirete che con L’inverno Nina Di Majo, classe 1975, rischia molto. Passerà per presuntuosa, la confronteranno agli Antonioni e ai losey-Pinter anni 60, si enfatizzeranno incongruenze e artificiosità. Però con tutti i suoi tic, le esagerazioni, la ricercata sgradevolezza, L’inverno resta un raro esempio di cinema di ricerca, di inconsueta e brutale aderenza psicologica. E la Di Majo sa spingere i personaggi (e gli attori, tutti notevoli e davvero senza rete) su terreni infidi e molto interessanti a volerli guardare da vicino. Sarà mica anche lei un po’ vampiro?
Fabio Ferzetti, Il Messaggero – 8 febbraio 2002
Winter - 2001
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Nina Di Majo e le sue ragazze nell’inferno della borghesia
L’inverno di Nina Di Majo è un film importante e bello, lo diciamo subito. Si fa varco con difficoltà e con la sola forza delle proprie idee. È un film piccolo, ma straordinario, di una giovane regista, già autrice, che rifiuta la logica della comunicazione a favore di un’idea di cinema sperimentale, che non crede nel suo precoce invecchiamento e che sente, con urgenza, di dover ancora dire qualcosa, dire la sua. Di Majo ci sta dicendo qualcosa. E lo fa con quella ostentata e, a volte, fastidiosa sicurezza che contraddistingue chi, precocemente, arriva a delle acquisizioni che nascono dal vissuto personale e che presto si trasformano in idea del mondo. Il mondo della Di Majo è nel senso del catastrofismo, è avvolto in un perenne inverno, come il titolo di quest’opera seconda. L’inverno, lascia intendere. È l’inverno dei sentimenti ma sembra l’inferno dell’umanità. Quella borghese, apatica e arricchita che vive, come le coppie del film, in uno dei tanti stabili di quell’archeologia industriale che una volta operava produttivamente e che ora, dismessa ai bordi di un fiume Aniene, arreda le stanze vuote e fredde di intellettuali, scrittori, galleristi e artisti. Sono gli ambienti entro cui viene rappresentata questa tragedia raffreddata e, allo stesso tempo, pulsionale che vede affacciarsi, sulle opposte rive dello stesso fiume, le esistenze di due coppie di giovani trentacinquenni che precocemente hanno fatto esperienza di una certa realtà, che velocemente l’hanno metabolizzata restando, ora, muti e soli nel tentativo goffo di comunicare ciò che non si ha da dire. Come Leo, scrittore in crisi giunto al culmine di una “onesta carriera” senza aver detto mai una volta la verità e che cerca nella semplicità degli oggetti in disuso una via di fuga alle sue ossessioni, rincalzate dalle nevrosi della moglie Marta, gallerista stridula che cerca disperatamente un aggancio coniugale per non sparire dietro gli sfondi vuoti di quei quadri dell’arte contemporanea che colleziona nella sua galleria. Come Anna, donna sola e senza figli, sposata con un greco maturo e adulto che la tratta con pietosa accondiscendenza come fosse una bambina psicolabile. Sono personaggi la limite che si trasformano nella caricatura di se stessi, dei loro tic, delle loro idiosincrasie. Fotografati in un’atmosfera quasi irreale, esseri congelati in celle frigorifero, che fanno di tutto per scrostarsi dalla patina di ghiaccio e compiere movimenti in libertà. Ma la libertà è loro negata, proprio perché vittime e prigionieri di quella libertà assoluta tanto ricercata che tutto permette e niente dà. In questo senso L’inverno porta tanto in là l’analisi del rapporto uomo-donna in una società anonima da sembrare un film di fantascienza. La Di Majo guarda il suo mondo in vitro come uno scienziato dal suo microscopio. Un’entomologa del sentimento, un chirurgo che taglia la superficie per studiare la “fisica” dei rapporti e la meccanica del loro deterioramento. Più che a Antonioni o Bergman, come alcuni hanno osservato, ricorda da una parte il sottile sguardo di Wong Kar Wai e dall’altra quello spietato e freddo di Ballare e di Cronenberg.
Dario Zonta, L’Unità – 8 febbraio 2002
Winter - 2001
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Belli, puliti e cattivi
E’ singolare e importante che escano nelle sale, in queste settimane, quattro film italiani decisamente controcorrente rispetto alla logica dominante, che prevede solo pellicole che consolano, che nascondono, che mentono, che divertono e che insomma compiacciono il gusto di un pubblico che non vuole pensare o, al più, vuole pensare secondo l’interesse e il padrone.
Sono opera di un “vecchio” Marco Bellocchio (L’ora di religione, il suo miglior film da anni e anni, che andrà a Cannes); di un giovane, Marco Bechis (Figli/Hijos); e di due giovanissimi, Giovanni Maderna (L’amore imperfetto) e Nina Di Majo (L’inverno, che va a Berlino). Non metto nel conto il film di Silvio Soldini (Brucio nel vento) di indecisione formale e forse anche morale non insolita.
Unisce i quattro la ricerca di un grande rigore di stile e una grande durezza di sguardo.
Nell’Italia caciarona e imprecisa in tutto, mi pare una rara cosa. Con L’inverno, Nina Di Majo non parla della Napoli borghese da cui proviene, ma di intellettuali-artisti che vivono a Roma le loro frustrazioni e nevrosi, la loro modesta cattiveria causata da una solitudine che è anche d’epoca e che finisce per essere dolorosamente (e inutilmente) autodistruttiva.
L’inverno può far pensare all’Antonioni de L’eclisse, a certi registi di Formosa. Il gioco di massacro tra pochi personaggi “a porte chiuse” è servito da un’ottima interpretazione (Bruni Tedeschi, Golino, Gifuni), da un’ottima fotografia (Cesare Accetta), e se qualche carenza la presenta è nella sceneggiatura, ma è positivo che Di Majo, come Maderna, faccia da sé, anche rischiando, perché gli sceneggiatori italiani sono l’appendice più diretta dei produttori, sono i mediatori ossessionati dalla comunicazione.
Con i suoi personaggi la regista ha qualche complicità, poche, perché ne conosce la condizione, le normali viltà, i claustrofobici dolori. Personaggi che nello stesso tempo, come tanti di noi, sono condannati all’immaturità, e sono anagraficamente, irresponsabilmente adulti.
Goffredo Fofi, Panorama – 14 febbraio 2002
Winter - 2002
Directed by Nina Di Majo
With: Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Yorgo Voayagis, Paolo Paoloni
Screenplay: Nina Di Majo
Cinematographer: Cesare Accetta
Editing: Giogiò Franchini
Scenography: Gianni Silvestri
Costumes: Grazia Colombini
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The Best of Youth - 2002
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Intervista con Fabrizio Gifuni – Carlo Tommasi
… prima di essere scelto da Marco Tullio Giordana per il ruolo di Carlo, avevo interpretato, nell’ultimo anno, personaggi molto contrastati: dal parricida de Il sole negli occhi di Andrea Porporati, allo scrittore attraversato da una forte crisi depressiva de L’inverno di Nina Di Majo. Il personaggio di Carlo, quindi, costituiva una specie di ritorno alla luce. Borghese nell’accezione migliore del termine, Carlo è un uomo molto solido, concreto, ma nello stesso tempo generoso, aperto, con un grande senso della famiglia e dell’amicizia. Raccontato soprattutto dalle sue relazioni con gli altri. In questo, il preesistente rapporto di amicizia e di collaborazione artistica con alcuni dei protagonisti del film (Luigi Lo Cascio, Alessio Boni e Sonia Bergamasco) è stato per me un elemento prezioso. Carlo diventa per i genitori di Nicola e Matteo quasi un terzo figlio maschio della famiglia; ne verrà addirittura inglobato sposando la più giovane dei carati. Brillante studente di economia, sceglie di consolidare la sua formazione in Inghilterra e diventerà al suo ritorno un economista illuminato dell’Ufficio Studi di Bankitalia.
Analogamente agli altri personaggi, mi sono posto il problema di come rendere il passaggio del tempo, quasi quarant’anni di vita. Prima d’iniziare il lavoro, oltre alle singole letture e ai materiali di documentazione, sicuramente mi è stato molto utile rivedere La notte della Repubblica, la lunga serie di Sergio Zavoli, grande esempio di televisione e indagine storica, che inquadrava il fenomeno del terrorismo in un discorso molto più ampio, proprio come La meglio gioventù. In Un amore di Gianluca Tavarelli avevo già interpretato, attraverso dodici momenti di vita di una coppia, dall’università fino ai quarant’anni, un ampio arco temporale. Ne La meglio gioventù il percorso di Carlo è stato ancora più lungo e complesso. Come raccontare il nostro passaggio dalla giovinezza all’età adulta, cosa si perde, cosa si conserva e cosa si acquista? Lavorare su questi temi coi mezzi artigianali dell’attore è molto affascinante. Come quando rivedi le vecchie foto di famiglia e scorgi cos’è cambiato nel corpo, nello sguardo. Ho cercato inoltre di documentarmi su quali erano stati i grandi cambiamenti del sistema economico e industriale di questi trent’anni per capire come Carlo avrebbe potuto reagire. Ne La meglio gioventù questi grandi eventi passano tangenzialmente, non sono mai spiegati in maniera didascalica. La Storia entra nella vita privata delle persone con molta delicatezza. Una delle cose belle del film è come viene raccontata l’amicizia tra persone di strati sociali molto diversi. Carlo, alla festa per il suo matrimonio, non vuole raccontare bugie all’amico operaio messo in cassa integrazione dalla Fiat, ma allo stesso tempo soffre perché sa benissimo che l’amico sarà una delle vittime della ristrutturazione industriale. Diventato un obiettivo del terrorismo, Carlo non vuole sradicare la sua famiglia e decide di restare in Italia malgrado i rischi che questo comporta.
Non è stato facile interpretare un personaggio che ha così tanta fiducia nel proprio lavoro e nel proprio Paese conoscendo bene il nostro presente storico. Un presente altamente drammatico e che molti di noi vivono con profonda angoscia.
dal pressbook per il 56° Festival di Cannes – 2003
The Best of Youth - 2002
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Come salvarsi dalla volgarità
Iniziata con un’attesa di futuro, la storia di Nicola (Luigi Lo Cascio), Matteo (Alessio Boni), Francesca (Valentina Carnelutti), Giovanna (Lidia Vitale), della loro madre Adriana (Adriana Asti, perfetta) e dei molti altri si chiude sulla speranza di bellezza. In mezzo, tra i vent’anni dei fratelli Carati e i vent’anni di Andrea (Riccardo Scamarcio), figlio di Matteo, ci sono la storia del nostro Paese e la sua cronaca, le sue emozioni, la sua forza e le sue paure, le sue ignobiltà e le sue generosità.
Nella prima parte del film di Marco Tullio Giordana (vedi “Il Sole 24 Ore” di domenica scorsa) ci sono, per quanto solo accennati, il coraggio e l’intelligenza di chi ricostruì l’Italia dopo i disastri del fascismo e della guerra. C’è la ribellione dei loro figli e figlie. C’è la generosità di chi, come Nicola, negli anni ’70 provò a realizzare il sogno di liberare il mondo dalla chiusura morale e dall’ingiustizia, insieme con la presunzione criminale e stupida di chi invece, come Giulia (Sonia Bergamasco), s’immaginò padrone della vita e della morte, sostituendo quel sogno con un incubo.
Poi, nella seconda parte di La meglio gioventù (Italia 2003, 366′ complessivi), ci sono la trasformazione economica e sociale degli anni ’80, il dilagare della corruzione, l’attacco della mafia allo Stato e alla magistratura. E c’è, soprattutto, un senso di disorientamento e di vuoto, come se, perduta quella dei padri e delle madri, l’Italia dei figli, la nostra Italia, rischiasse di sprofondare nella volgarità, di tradire la sua vocazione storica alla bellezza, appunto.
Tutto questo, d’altra parte, è tenuto sullo sfondo dalla sceneggiatura intelligente e raffinata di Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Qualche volta la storia e la cronaca politica sono alluse, magari solo accennate dalle parole lontane di un telegiornale, come nel caso del processo Moro o in quello del primo emergere d’un movimento fondato sulla paura e sull’odio. Qualche volta, al contrario, entrano nelle vicende personali con invadenza tragica, come nel caso dell’assassinio e dei funerali di Giovanni Falcone. Mai, tuttavia, si sovrappongono alle storie dei singoli e ai loro sentimenti. E’ questo che fa di La meglio gioventù non tanto lo specchio di una generazione quanto un “frammento” della sua memoria, un frammento sempre verosimile e spesso anche tenero.
Certo tenero è lo sguardo del cinema su Matteo, sulla sua esposizione indifesa alla vita, sul sio desiderio radicale e irrealizzabile di purezza e trasparenza. E’ inadatto alla vita, Matteo. E’ incapace di accettarne le “imperfezioni”, che ne sono poi il gusto più forte. In fondo, Matteo è l’immagine speculare di Giulia: tutti e due rigidi, tutti e due decisi a distruggere la vita così com’è in nome d’una sua immagine ideale e astratta. La differenza, terribile e tragica, è che lui distrugge solo la propria, mentre lei cerca una via d’uscita nella distruzione delle vite degli altri.
Ben diversa è la disponibilità di Nicola a imparare dall’esperienza, ad accettarne la casualità. Anche Nicola vive una tensione morale, e forse un’utopia. Ma le vive ben dentro le cose, i rapporti, gli affetti. Per questo è sempre pronto a mettersi in gioco, a rischiar se stesso, a spendersi nella serietà di un progetto, che si tratti della sua professione di psichiatra o che si tratti della responsabilità e delle tenerezza (ancora) dovute al futuro della figlia.
Per tutti, d’altra parte, vale la trasparenza morale, l’abitudine appunto morale di non fuggir via da se stessi. Anche Giulia, persino Giulia ha questa trasparenza. Non rifiuta la propria responsabilità, non si concede attenuanti. E lo fa con una durezza che è la stessa con cui sarebbe pronta a uccidere.
Insomma, è un’Italia “bella”, nelle sue luci e nelle sue ombre, e addirittura nel suo buoi, quella inventata e raccontata dal cinema/memoria di Giordana, Petraglia e Rulli. E’ un’Italia che forse non esiste, ma che alcuni, pochi o molti, amano sognare e sperare. Ed è comunque la stessa che, da banchiere, sogna e spera carlo (Fabrizio Gifuni): immediata e diretta, responsabile e seria. E’ un’Italia, ancora, che ha il coraggio di mantenere fede a se stessa: allo splendore della sua terra, ai colori del suo mare, alla grandezza della sua arte.
E qui, mentre si chiude La meglio gioventù, torna alla mente I cento passi dello stesso Giordana. “La bellezza, questo di dovrebbe insegnare alla gente”, così dice peppino Impastato in quel bel film del 2000: “La bellezza contro la cupidigia, la bellezza contro l’omertà, la bellezza contro la rassegnazione, la bellezza contro la paura…”. Alla fine: la bellezza contro la volgarità, e per amore del nostro futuro.
Roberto Escobar, Il Sole 24 Ore – 6 luglio 2003