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Un amore-Lodoli

Un amore - 1998

"Hamlet Concert", for symphony orchestra - 2016

Press

L’ultimo tram
“Forse ho sbagliato, il cinema italiano non sta poi tanto male. Almeno a vedere il film di Gianluca Tavarelli”

Per fortuna siamo ancora abbastanza aperti, e abbastanza confusi, per accogliere con gioia ogni messaggio che ci consegni la prova capace di smentire quanto avevamo solennemente affermato un’ora prima. Passano mesi bui da cui ricaviamo una visione amara della vita, e la sosteniamo con pensieri profondi e citazioni di melanconici poeti, la trasformiamo quasi in un punto di forza, in un lato fascinoso della nostra personalità, come un capooto nero indossato per darsi un tono di sdegnata eleganza: e poi d’improvviso arriva una mezza giornata di sole, fuori e dentro, e tutte quelle cupe considerazioni si rivelano pura presunzione, ogni filosofica invettiva stona come un piagnisteo infantile e il nostro impeccabile cappotto nero è ridicolo in quella bella mattinata primaverile.
Dopo aver tirato il sasso e mostrato sfacciatamente la mano, ci ritroviamo con un piccolo regalo sul palmo, un dono inaspettato giunto proprio dalla direzione del nostro lancio, e ci sentiamo stupidi e contenti. Così, dopo aver severamente scritto appena una settimana fa che il cinema italiano è nelle pesti, mi ritrovo commosso ed entusiasta all’uscita di un film quasi perfetto, pensato e girato con mano sicura da un giovane regista di Torino, Gianluca Maria Tavarelli, e interpretato da attori talmente bravi da non sembrare neanche attori.
Il film, travolto e scacciato dagli eserciti trionfanti delle guerre stellari tra mummie, si è andato a asserragliare in qualche saletta laterale, poche poltrone e uno schermo come una feritoia: trovarlo non sarà facile, ma va visto ad ogni costo, bisogna portargli i viveri delle nostre 10mila lire e della nostra gratitudine. Il film si conclude con una poesia di Umberto Saba così bella che desidero riportarla interamente: “Non dormo. Vedo una strada, un boschetto, / che sul mio cuore come un’ansia preme; / dove si andava, per stare soli e insieme, / io e un altro ragazzetto. / Era la Pasqua; i riti lunghi e strani / dei vecchi. E se non mi volesse bene / – pensavo – e non venisse più domani? / E domani non venne. Fu un dolore, / uno spasimo fu verso la sera; / che un’amicizia (seppi poi) non era, / era quello un amore; / il primo; e quale e che felicità / n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste. / ma perché non dormire, oggi, con queste / storie di, credo, quindici anni fa?”. E questo è il film, la storia di un amore che resiste tutta una vita come una nostalgia e un rimpianto, perché a volte – sberleffi del destino – ci si incontra troppo presto, quando ancora non si è pronti per intrecciare insieme un nido e tutti i giorni futuri, quando la smania, le folate dei desideri, le aspettative giovanili bruciano troppo forte perché quel primo amore sopravviva intatto.
Poi ci si accorge che la smania ha prodotto solo macerie, che le aspettative si sono sbriciolate come grissini in attesa di un pranzo sontuoso mai arrivato, che a Parigi e a Londra nessuno ha bisogno di noi e la capanna poetica da inventare ai carabi era solo una bugia puerile. Allora si vuol fare resuscitare a tutti i costi quel primo purissimo amore, tirare fuori Lazzaro dalla tomba e spingerlo all’altare. La ragazza della storia insegue quella speranza con un furore sentimentale che fa soffrire, il ragazzo vi si rassegna come si è rassegnato quasi a tutto, a un lavoro redditizio ma meschino, a una vita subita come una sconfitta. Per quasi vent’anni i due amanti si prendono e si lasciano e si ritrovano, si sposano con altri, fanno figli, divorziano e invecchiano nel sospetto che il meglio sia già stato, e forse è perduto per sempre.
E’ la ballata del disincanto e dei giorni sprecati, una canzone amara da motel che l’uomo canta a mezza voce e la donna rifiuta con tutte le sue forze, nell’illusione che il treno passi ancora una volta. E quando il treno passa, nell’ultima notte del secolo, finalmente i due amanti salgono insieme, anche se sono stanchi, logorati dalle offese e dalle incomprensioni: e se il cielo esplode di fuochi e di ardori, le loro luci sembrano fioche e il treno è solo un tram che sferraglia gentile in discesa.

Marco Lodoli, Diario – ottobre 1999

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Un amore-Fittante

Un amore - 1998

An Affair of Love - 1998

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Dodici momenti doc di un amore. Descritti con bravura e coraggio

Un’autentica sfida quella lanciata dal torinese Gianluca Maria Tavarelli con il suo secondo lungometraggio (dopo il bello e sottovalutato “Portami via” del ’94): dodici quadri girati in piano-sequenza (e in 14 giorni!) legati insieme da siparietti animati di 30’’ ciascuno (opera di Laura Federici). Dodici piano-sequenza, quindi, per testimoniare i dodici momenti doc dell’intensa storia d’amore tra Marco e Sara, rivissuta in flashback, partendo dal 1982, anno del primo incontro avvenuto in una discoteca e, approdando al 31 dicembre 1999, evento epocale per la Storia e per il futuro dei due. Il titolo, preso in prestito da una poesia di Umberto Saba, è anche il paradigma di questo film semplice e articolato, in cui i piccoli spostamenti della macchina da presa vanno di pari passo con i piccoli spostamenti del cuore dei protagonisti. Che sono la tenera, corvina, appassionata Lorenza Indovina, occhi da cerbiatto, pronta a farsi sopraffare e vincere da quell’amore; e lo splendido svagato Fabrizio Gifuni, perfetto nei mutamenti che la vita “regala” dopo i trent’anni. Prodotto e distribuito dalla Pablo di Gianluca Arcopinto (che compare nell’unico episodio zoppo del film), piccolo avamposto del cinema indipendente italiano.



Aldo Fittante, Film Tv – settembre 1999

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Un amore

Un amore - 1998

An Affair of Love - 1999

Directed by Gianluca Tavarelli

With: Lorenza Indovina, Fabrizio Gifuni, Luciano Federico, Roberta Lena

Cinematography: Pietro Sciortino
Editing: Marco Spoletini
Scenography: Paola Bizzarri
Costumes: Lia Francesca Morandini
Soundtrack: Ezio Bosso

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Fate un bel sorriso

Fate un bel sorriso - 1999

Give Us a Smile

Directed by Anna Di Francisca

With: Giustino Durano, Claudia Pandolfi, Fabrizio Gifuni, Cinzia Mascoli, Carla Signoris, Claire Nadeau, Miki Pazarentzoy.

Screenplay: Bernardino Zapponi , Anna Di Francisca, Alberto Simone
Cinematography: Giuseppe Schifani
Editing: Simona Paggi A.M.C
Scenography: Beatrice Scarpato
Costumes: Liliana Sotira
Soundtrack: composed and orchestrated by Charles Papasoff, conducted by Paolo Perna; original soundtrack released by CAM

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La carbonara

La carbonara

La carbonara - 2000

Directed by Luigi Magni

With: Lucrezia Lante Della Rovere, Valerio Mastandrea, Nino Manfredi, Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni.

Screenplay: Luigi Magni
Cinematography: Danilo Desideri
Editing: Fernanda Indoni
Scenography: Lucia Mirisola
Costumes: Lucia Mirisola
Music: Nicola Piovani

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Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny - 1999

Johnny the Partisan - 2000

Directed by Guido Chiesa

With: Stefano Dionisi, Claudio Amendola, Andrea Prodan, Fabrizio Gifuni, Alberto Gimignani, Chiara Muti, Giuseppe Cederna, Umberto Orsini, Felice Andreasi

Screenplay: Guido Chiesa, Antonio Leotti
Based on the novel by Beppe Fenoglio
Cinematography: Gherardo Gossi
Editing: Luca Gasparini
Scenography: Davide Bassan
Costumes: Marina Roberti
Soundtrack: Alexander Balanescu

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A lezione da Fenoglio

Mai dire mai. Diffidavo di due giovani registi che nelle prime prove mi erano sembrati troppo ideologici e scolastici nelle loro scelte, invece i due migliori film italiani, i più sinceri della stagione, sono i loro: Placido Rizzotto del siciliano Pasquale Scimeca e Il partigiano Johnny del piemontese Guido Chiesa. Entrambi film storici tesi a evocare e spiegare momenti cruciali della “nuova Italia”, le cui speranze poco sono durate, come le spinte etiche e politiche. Scimeca ha fatto ricerca storica in prima persona e per la prima volta la mafia è raccontata da un siciliano in modi siciliani, con i paesaggi, le facce, le spiegazioni giuste (e anche le prime scene di Scimeca sono “resistenziali”, e durissime, sinteticamente espressive e più che documentarie).
Confrontarsi con il capolavoro di Beppe Fenoglio sembrava opera impossibile, però Chiesa ha vinto la scommessa grazie al suo atteggiamento di modestia, alla volontà di non sovrapporsi all’autore e di illustralo, di trasporlo in immagini in spirito di servizio. Assai pregevole nella ricostruzione di un’epoca (è certo il miglior film che conosciamo sulla Resistenza assieme, va da sé, all’ultimo episodio di Paisà, e assieme a Il terrorista di Gianfranco di Bosio), può ricordare quei grezzi e bellissimi materiali di ricostruzione che un prete piemontese ex partigiano e cinofilo, don Pollaiolo, “mise in scena” nei giorni successivi alla Liberazione: non la verità e il documento, ma un senso fortissimo di somiglianza, e una sorta di essenza, come è più volte accaduto per celebri materiali considerati documentali. Chiesa si muove, camera a mano, assai bene nella azioni e nelle battaglie, mentre gli intervalli narrativi appaiono di più tradizionale regia, benché di solida misura; e il grande romanzo dà una nervatura, una struttura al racconto la cui leva è, appunto, etica: la storia di una scelta, che è valida momento per momento nella vita di una persona ma ancora di più quando la storia impone le scelte più gravi. Fenoglio, e Chiesa che gli fa da tramite, ha ancora molto da insegnarci, non solo sullo ieri.

Goffredo Fofi, Panorama – 30 November 2000

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Qui non è il paradiso

Qui non è il paradiso

This is Not Paradise - 2000

Directed by Gianluca Tavarelli

With: Fabrizio Gifuni, Valeria Binasco, Antonio Catania, Ugo Conti, Riccardo Zinna, Erika Bernardi, Adriano Pappalardo

Screenplay: Leonardo Fasoli, Gianluca Maria Tavarelli
Cinematography: Pietro Sciortino
Editing: Marco Spoletini
Scenography: Paola Bizzarri
Costumes: Lia Morandini
Soundtrack: Ezio Bosso

Distribution: Cecchi Gori Entertainment

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Rapina geniale

Nella vita ci sono gesti che spesso possono somigliare ad un’opera d’arte, oltre ogni imprevedibile conseguenza
Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,/ molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,/ scarso cervello, scarsa morale, spaventosa/ chiaroveggenza: è il figlio del tempo nostro: così Guido Gozzano descriveva Totò Merumeni, immaginario giovane destinato a grandi imprese, ma incapace a realizzare alcunché, forse perché corroso da un eccesso di consapevolezza. La vita si ritolse tutte le promesse./ Egli sognò per anni l’Amore che non venne,/ sogno pel suo marito attrici e principesse/ e oggi ha per amante la sua cuoca diciottenne.
È un archetipo perfetto, è il giovane che abbiamo incontrato mille volte: quello che deve sempre partire, che ha mille fantasiosi progetti, il più dotato di tutti; è quello che dopo anni e anni non ha concluso niente perché gli mancava la volontà, o addirittura perché ha compreso prima di tutti che in fondo una vita vale l’altra, i Carabi non sono diversi dal bar sotto casa, e la donna fatale non è tanto più bella della cuoca diciottenne. Però a volte Totò può decidere di passare all’azione, così, per il gusto di dimostrare ai mediocri e agli sgobboni che nella vita certi gesti possono somigliare a opere d’arte, che il talento può arrivare dove l’impegno e il sacrificio neppure immaginano. Fino a giorno prima lavorava alle poste, mangiando a mensa e indossando la divisa azzurrina della modestia, e il giorno dopo era l’autore della rapina più geniale effettuata in Italia negli ultimi anni.
È questa la splendida storia raccontata da Gianluca Tavarelli, la storia vera di un postino poeta che prima di morire volle dimostrare a tutti che lui era speciale. Fin troppe volte l’aspirante bandito ripete ai grigi colleghi e alle amanti occasionali che la vita non può trascorrere sotto la pioggia e nella noia di Torino – sveglia alle sei, lavoro, fatica, frustrazione: che il destino attende altrove, al sole del Costarica, dove basta allungare la mano per cogliere frutta e donne succulente. Lo capiamo subito che su quelle spiagge dorate il nostro portalettere non arriverà mai, perché il destino che invita a correre è lo stesso che tira gli sgambetti. Ma non è poi così importante se quell’illusione esotica è rimasta nella cartapesta della fantasia. Non di palme e di capirinha abbiamo bisogno, sembra suggerire Tavarelli, ma di azioni impeccabili, dove il pensiero si declina esattamente nell’opera.
Questo nostro tempo è triste per superficialità e imprecisione: i giorni si sommano sbadatamente ai giorni, i gesti ai gesti, le parole alle parole, sotto l’insegna storta del come viene viene, solo per consumare in fretta il tempo e lo spazio. Chia ha fantasia, invece, ha un senso più profondo della realtà; chi sembra avere la testa tra le nuvole è invece spesso un uomo più attento degli altri, uno che vede le cose dall’alto e le comprende nel loro orizzonte.
Il bravissimo Fabrizio Gifuni dà corpo a quest’anima acuta di sognatore e di progettista. Quel buffo postino che aveva allenato l’occhio e la mente sul ritmo esatto degli endecasillabi leopardiani è l’unico a individuare il punto debole di un trasporto di soldi che venivano trasferiti ogni sera dai supermarket ai sicuri forzieri di una banca. Lui che guidava il furgone, scortato da due macchine della polizia, osservava e vedeva, interrogava le cose e le ascoltava, rifletteva e si preparava. E poi tutto avvenne come lui aveva previsto, con la sensibilità di chi sa cogliere gli attimi e ha l’intelligenza per disporli su una scacchiera.
Questo film, insomma, non si gioca tanto, come può sembrare, sull’opposizione tra la vita insipida e la fantasia di ricominciare ad Atlantide, bensì sul contrasto tra il pensiero attento e la distrazione, tra la meticolosità del poeta e il pressapochismo dei mediocri. Finirà male, i cinghiali grugnanti divoreranno i fiori, le pistole cancelleranno i sogni, e il Costarica svanirà insieme agli ultimi istanti di una vita, goccia goccia. Però noi ci ricorderemo per sempre di quel postino. A lui vorremmo affidare le nostre lettere al mondo: saprebbe di sicuro come recapitarle.

Marco Lodoli, Diario – September/October 2000

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L’amore probabilmente-Spagnoli

L'amore probabilmente - 2000

Probably Love - 2000

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L’amore probabilmente

Tra Shakespeare e Schonberg, tra la periferia disadorna di arredi urbani e le suggestioni cartolinesche del lago di Lugano, tra il popolare e l’enigmatico, Giuseppe Bertolucci costruisce una storia labirintica e complessa a tratti perfino claustrofobia in cui l’attrice Sonia Bergamasco ci fa da guida spuria e bugiarda per mostrarci il cinema che non è tale e la finzione che si va facendo realtà. Quotidiana come quella di tre ragazzi qualunque, innamorati e dilaniati da passioni infedeli, oppure astratta come quella di prove (vere o finte che siano non importa) in cui la parola si trasforma in storia e gioca a diventare cinema. Quale cinema questo è più difficile dirlo. Bertolucci figlio delle contraddizioni e delle contaminazioni della nostra post-modernità, cristallizza L’amore probabilmente in un non tempo in cui lo spettatore è sopraffatto dal ritmo tecnologico e maledettamente frenetico e bollente della ripresa a metà strada tra digitale e tradizione. Una girandola visiva ed emotiva portata alle sue massime conseguenza grazie – soprattutto – alla bravura devastante di Sonia Bergamasco che gioca con il pubblico dominando la scena anche quando finge di subirla. Tra verità e finzione, tra teatro e cinema, tra canzonette popolari e arie colte, L’amore probabilmente è un film estremamente raffinato in cui il cinema d’autore compie un passo avanti verso il ventunesimo secolo. Certo, tra i tanti meriti di Bertolucci vanno segnalati quello della sapiente scelta degli attori e quello di una regia tutt’altro che rassicurante o scontata. Come in un labirinto di parole ed emozioni, la poetica dell’autore di Non ci resta che piangere ci guida in una cavalcata dolorosa negli abissi della disperazione e nella rassicurazione psicoanalitica della recitazione. Innamorato degli attori e schiavo della tradizione teatrale europea Bertolucci tesse un’intricata tela dal ritmo triadico di cui lui per primo spiega il senso con una voce off che indica il numero tre come possibile soluzione dell’enigma cinema. Tre donne e tre uomini circondano Sonia – Sofia (parola che in greco significa sapienza), tre attrici (Melato, Sandrelli e Alida Valli evocata dal cinema in bianco e nero) segnano le tre parti di una storia fatta da inganno verità e finzione e che scorre su tre piani narrativi differenti e resi omologhi dal montaggio che diventa impasto visivo. La stessa Sonia – Sofia è parte di un terzetto in cui oltre alla tesi e all’antitesi femminea – maschile c’è il personaggio androgino di Rosalinda Celentano che potrebbe quasi essere considerata una sintesi. Tra Hegel e Jung, tra Aristotele e Lazarillo da Tormes il viaggio di Sofia diventa un’angosciosa via di fuga verso il luogo della propria partenza. Dove lo spazio, il tempo e perfino la realtà sono finti e artefatti ci si può attendere di tutto. Ecco perché L’amore probabilmente è un cinema volutamente imperfetto che tocca corde profonde e – forse – perfino inconfessabili in cui parole, azioni e canzoni si sciolgono in un’unica visione globale, ritmata, contaminata e viziata dall’occhio della macchina da presa che finge di cogliere una realtà che non esiste. Tra angoscia e gioia – i sentimenti che nella dedica finale il regista ricorda come insegnatigli dal padre cui è dedicato il film – ecco formarsi quella verità mutuata dalla parola greca Aleteia in cui l’alfa privativo indica come realtà ultima della creazione quello che non è nascosto e che appunto – secondo alcuni – si fa Logos, ovvero parola. Questo è il senso de L’amore probabilmente: le emozioni dello spettatore sono le uniche cose reali del film. Il resto – come si sarebbe espresso Friedrich Nietzsche – “è soltanto l’umanità”.
Un pubblico confuso e sorpreso di cui – finalmente – il cinema si prende gioco in maniera seria, grazie ad una pellicola imprevedibile e forte come la sua protagonista Sonia Bergamasco. Un’attrice da cui è lecito attendersi qualcosa di straordinario proprio come la sua Sonia – Sofia di questo film.

Marco Spagnoli, Rai.it – 8 agosto 2001

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L’amore probabilmente-Fittante

L'amore probabilmente - 2000

Probably Love - 2000

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L’amore probabilmente

In tre capitoli Giuseppe Bertolucci filosofeggia sull’amore e costruisce un film che spera di nascere e sperimenta quanto sia difficile dire la verità. Leggera e invadente la camera digitale usa e abusa dei volti e dei corpi degli attori. Con effetto



I bravi attori? Sono dei poveri illusi, parola di Alida Valli, una delle tre muse prelevate dal proprio immaginario da Giuseppe Bertolucci per tentare di spiegarci e di spiegarsi cosa diavolo si sia insinuato nel già labile territorio che separa la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Tre capitoletti, come fosse un sonetto, un canto, sillabato dalle incredibili nuove telecamere digitali che attaccano gli attori, le storie, persino la creatività di sceneggiatori e registi e che, probabilmente, un giorno soppianteranno del tutto la messa in scena, sostituendosi all’ormai stanca Settima Arte. Bertolucci usa e abusa affettuosamente di volti e corpi, dopo averli scelti, come uno stilista aperto al futuro, nell’atelier più esclusivo delle novità. E così Sonia Bergamasco è un folletto che gira più forte della testa che gira; Rosalinda Celentano, una donna africana alla fonte costretta a vomitare psicosomaticamente per il puro piacere degli occhi e della mente del burattinaio Giuseppe; Fabrizio Gifuni un personaggio fatto di pochissime cose (tra cui un’esilarante imitazione di Alì Agca), stregato dal numero tre «da quando ha scoperto che il numero tre fa sorridere». Bertolucci danza come a un ballo delle debuttanti, volteggia, rovesciando i punti di vista quasi a volere accompagnare fuori dalla porta, con educazione, il vecchio “cinema pesante”. Leggiadro e leggero filosofeggia sull’amore, scrive ti amo sullo schermo come avesse tra le mani la caméra-stylo di Astruc e Cocteau. L’audiovisivo come la penna del poeta, come un verso di Giorgio Caproni, come una parola sentita dire in casa chissà quante volte da papà Attilio. Un film che spera e sperimenta: spera di nascere e sperimenta quanto sia impossibile dire la verità, recitare la menzogna, illudersi che non sia solo un gioco. Come dice il saggio cinese: la cosa più difficile del futuro è fare previsioni. Bertolucci confessa di non sapere (ancora) cosa sarà il cinema, ma dichiara di avere capito cosa non è più. Eroico.



Aldo Fittante – Film TV

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L’amore probabilmente

L'amore probabilmente - 2000

Probably Love - 2001

Directed by Giuseppe Bertolucci

With: Sonia Bergamasco, Rosalinda Celentano, Fabrizio Gifuni, Teco Celio, Elisabetta Carta, Carmen Scarpitta, Marcello Catalano

Screenplay: Giuseppe Bertolucci
Cinematography: Fabio Cianchetti
Editing: Federica Lang
Scenography: Gianni Silvestri
Costumes: Grazia Colombini

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