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La carbonara

La carbonara

La carbonara - 1999

Regia di Luigi Magni

Con: Lucrezia Lante Della Rovere, Valerio Mastandrea, Nino Manfredi, Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni.

Sceneggiatura: Luigi Magni
Fotografia: Danilo Desideri
Montaggio: Fernanda Indoni
Scenografia: Lucia Mirisola
Costumi: Lucia Mirisola
Musica: Nicola Piovani

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Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny - 1999

Il partigiano Johnny - 1999

Regia di Guido Chiesa

Con: Stefano Dionisi, Claudio Amendola, Andrea Prodan, Fabrizio Gifuni, Alberto Gimignani, Chiara Muti, Giuseppe Cederna, Umberto Orsini, Felice Andreasi

Sceneggiatura: Guido Chiesa, Antonio Leotti
Tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Luca Gasparini
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Marina Roberti
Colonna sonora: Alexander Balanescu

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A lezione da Fenoglio

Mai dire mai. Diffidavo di due giovani registi che nelle prime prove mi erano sembrati troppo ideologici e scolastici nelle loro scelte, invece i due migliori film italiani, i più sinceri della stagione, sono i loro: Placido Rizzotto del siciliano Pasquale Scimeca e Il partigiano Johnny del piemontese Guido Chiesa. Entrambi film storici tesi a evocare e spiegare momenti cruciali della “nuova Italia”, le cui speranze poco sono durate, come le spinte etiche e politiche. Scimeca ha fatto ricerca storica in prima persona e per la prima volta la mafia è raccontata da un siciliano in modi siciliani, con i paesaggi, le facce, le spiegazioni giuste (e anche le prime scene di Scimeca sono “resistenziali”, e durissime, sinteticamente espressive e più che documentarie).
Confrontarsi con il capolavoro di Beppe Fenoglio sembrava opera impossibile, però Chiesa ha vinto la scommessa grazie al suo atteggiamento di modestia, alla volontà di non sovrapporsi all’autore e di illustralo, di trasporlo in immagini in spirito di servizio. Assai pregevole nella ricostruzione di un’epoca (è certo il miglior film che conosciamo sulla Resistenza assieme, va da sé, all’ultimo episodio di Paisà, e assieme a Il terrorista di Gianfranco di Bosio), può ricordare quei grezzi e bellissimi materiali di ricostruzione che un prete piemontese ex partigiano e cinofilo, don Pollaiolo, “mise in scena” nei giorni successivi alla Liberazione: non la verità e il documento, ma un senso fortissimo di somiglianza, e una sorta di essenza, come è più volte accaduto per celebri materiali considerati documentali. Chiesa si muove, camera a mano, assai bene nella azioni e nelle battaglie, mentre gli intervalli narrativi appaiono di più tradizionale regia, benché di solida misura; e il grande romanzo dà una nervatura, una struttura al racconto la cui leva è, appunto, etica: la storia di una scelta, che è valida momento per momento nella vita di una persona ma ancora di più quando la storia impone le scelte più gravi. Fenoglio, e Chiesa che gli fa da tramite, ha ancora molto da insegnarci, non solo sullo ieri.

Goffredo Fofi, Panorama – 30 novembre 2000

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Qui non è il paradiso

Qui non è il paradiso

Qui non è il paradiso - 2000

Regia di Gianluca Tavarelli

Con: Fabrizio Gifuni, Valeria Binasco, Antonio Catania, Ugo Conti, Riccardo Zinna, Erika Bernardi, Adriano Pappalardo

Sceneggiatura: Leonardo Fasoli, Gianluca Maria Tavarelli
Fotografia: Pietro Sciortino
Montaggio: Marco Spoletini
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Lia Morandini
Colonna sonora: Ezio Bosso

Distribuzione: Cecchi Gori Entertainment

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Rapina geniale

Nella vita ci sono gesti che spesso possono somigliare ad un’opera d’arte, oltre ogni imprevedibile conseguenza
Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,/ molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,/ scarso cervello, scarsa morale, spaventosa/ chiaroveggenza: è il figlio del tempo nostro: così Guido Gozzano descriveva Totò Merumeni, immaginario giovane destinato a grandi imprese, ma incapace a realizzare alcunché, forse perché corroso da un eccesso di consapevolezza. La vita si ritolse tutte le promesse./ Egli sognò per anni l’Amore che non venne,/ sogno pel suo marito attrici e principesse/ e oggi ha per amante la sua cuoca diciottenne.
È un archetipo perfetto, è il giovane che abbiamo incontrato mille volte: quello che deve sempre partire, che ha mille fantasiosi progetti, il più dotato di tutti; è quello che dopo anni e anni non ha concluso niente perché gli mancava la volontà, o addirittura perché ha compreso prima di tutti che in fondo una vita vale l’altra, i Carabi non sono diversi dal bar sotto casa, e la donna fatale non è tanto più bella della cuoca diciottenne. Però a volte Totò può decidere di passare all’azione, così, per il gusto di dimostrare ai mediocri e agli sgobboni che nella vita certi gesti possono somigliare a opere d’arte, che il talento può arrivare dove l’impegno e il sacrificio neppure immaginano. Fino a giorno prima lavorava alle poste, mangiando a mensa e indossando la divisa azzurrina della modestia, e il giorno dopo era l’autore della rapina più geniale effettuata in Italia negli ultimi anni.
È questa la splendida storia raccontata da Gianluca Tavarelli, la storia vera di un postino poeta che prima di morire volle dimostrare a tutti che lui era speciale. Fin troppe volte l’aspirante bandito ripete ai grigi colleghi e alle amanti occasionali che la vita non può trascorrere sotto la pioggia e nella noia di Torino – sveglia alle sei, lavoro, fatica, frustrazione: che il destino attende altrove, al sole del Costarica, dove basta allungare la mano per cogliere frutta e donne succulente. Lo capiamo subito che su quelle spiagge dorate il nostro portalettere non arriverà mai, perché il destino che invita a correre è lo stesso che tira gli sgambetti. Ma non è poi così importante se quell’illusione esotica è rimasta nella cartapesta della fantasia. Non di palme e di capirinha abbiamo bisogno, sembra suggerire Tavarelli, ma di azioni impeccabili, dove il pensiero si declina esattamente nell’opera.
Questo nostro tempo è triste per superficialità e imprecisione: i giorni si sommano sbadatamente ai giorni, i gesti ai gesti, le parole alle parole, sotto l’insegna storta del come viene viene, solo per consumare in fretta il tempo e lo spazio. Chia ha fantasia, invece, ha un senso più profondo della realtà; chi sembra avere la testa tra le nuvole è invece spesso un uomo più attento degli altri, uno che vede le cose dall’alto e le comprende nel loro orizzonte.
Il bravissimo Fabrizio Gifuni dà corpo a quest’anima acuta di sognatore e di progettista. Quel buffo postino che aveva allenato l’occhio e la mente sul ritmo esatto degli endecasillabi leopardiani è l’unico a individuare il punto debole di un trasporto di soldi che venivano trasferiti ogni sera dai supermarket ai sicuri forzieri di una banca. Lui che guidava il furgone, scortato da due macchine della polizia, osservava e vedeva, interrogava le cose e le ascoltava, rifletteva e si preparava. E poi tutto avvenne come lui aveva previsto, con la sensibilità di chi sa cogliere gli attimi e ha l’intelligenza per disporli su una scacchiera.
Questo film, insomma, non si gioca tanto, come può sembrare, sull’opposizione tra la vita insipida e la fantasia di ricominciare ad Atlantide, bensì sul contrasto tra il pensiero attento e la distrazione, tra la meticolosità del poeta e il pressapochismo dei mediocri. Finirà male, i cinghiali grugnanti divoreranno i fiori, le pistole cancelleranno i sogni, e il Costarica svanirà insieme agli ultimi istanti di una vita, goccia goccia. Però noi ci ricorderemo per sempre di quel postino. A lui vorremmo affidare le nostre lettere al mondo: saprebbe di sicuro come recapitarle.

Marco Lodoli, Diario – settembre/ottobre 2000

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L’amore probabilmente-Spagnoli

L'amore probabilmente - 2000

L'amore probabilmente - 2000

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L’amore probabilmente

Tra Shakespeare e Schonberg, tra la periferia disadorna di arredi urbani e le suggestioni cartolinesche del lago di Lugano, tra il popolare e l’enigmatico, Giuseppe Bertolucci costruisce una storia labirintica e complessa a tratti perfino claustrofobia in cui l’attrice Sonia Bergamasco ci fa da guida spuria e bugiarda per mostrarci il cinema che non è tale e la finzione che si va facendo realtà. Quotidiana come quella di tre ragazzi qualunque, innamorati e dilaniati da passioni infedeli, oppure astratta come quella di prove (vere o finte che siano non importa) in cui la parola si trasforma in storia e gioca a diventare cinema. Quale cinema questo è più difficile dirlo. Bertolucci figlio delle contraddizioni e delle contaminazioni della nostra post-modernità, cristallizza L’amore probabilmente in un non tempo in cui lo spettatore è sopraffatto dal ritmo tecnologico e maledettamente frenetico e bollente della ripresa a metà strada tra digitale e tradizione. Una girandola visiva ed emotiva portata alle sue massime conseguenza grazie – soprattutto – alla bravura devastante di Sonia Bergamasco che gioca con il pubblico dominando la scena anche quando finge di subirla. Tra verità e finzione, tra teatro e cinema, tra canzonette popolari e arie colte, L’amore probabilmente è un film estremamente raffinato in cui il cinema d’autore compie un passo avanti verso il ventunesimo secolo. Certo, tra i tanti meriti di Bertolucci vanno segnalati quello della sapiente scelta degli attori e quello di una regia tutt’altro che rassicurante o scontata. Come in un labirinto di parole ed emozioni, la poetica dell’autore di Non ci resta che piangere ci guida in una cavalcata dolorosa negli abissi della disperazione e nella rassicurazione psicoanalitica della recitazione. Innamorato degli attori e schiavo della tradizione teatrale europea Bertolucci tesse un’intricata tela dal ritmo triadico di cui lui per primo spiega il senso con una voce off che indica il numero tre come possibile soluzione dell’enigma cinema. Tre donne e tre uomini circondano Sonia – Sofia (parola che in greco significa sapienza), tre attrici (Melato, Sandrelli e Alida Valli evocata dal cinema in bianco e nero) segnano le tre parti di una storia fatta da inganno verità e finzione e che scorre su tre piani narrativi differenti e resi omologhi dal montaggio che diventa impasto visivo. La stessa Sonia – Sofia è parte di un terzetto in cui oltre alla tesi e all’antitesi femminea – maschile c’è il personaggio androgino di Rosalinda Celentano che potrebbe quasi essere considerata una sintesi. Tra Hegel e Jung, tra Aristotele e Lazarillo da Tormes il viaggio di Sofia diventa un’angosciosa via di fuga verso il luogo della propria partenza. Dove lo spazio, il tempo e perfino la realtà sono finti e artefatti ci si può attendere di tutto. Ecco perché L’amore probabilmente è un cinema volutamente imperfetto che tocca corde profonde e – forse – perfino inconfessabili in cui parole, azioni e canzoni si sciolgono in un’unica visione globale, ritmata, contaminata e viziata dall’occhio della macchina da presa che finge di cogliere una realtà che non esiste. Tra angoscia e gioia – i sentimenti che nella dedica finale il regista ricorda come insegnatigli dal padre cui è dedicato il film – ecco formarsi quella verità mutuata dalla parola greca Aleteia in cui l’alfa privativo indica come realtà ultima della creazione quello che non è nascosto e che appunto – secondo alcuni – si fa Logos, ovvero parola. Questo è il senso de L’amore probabilmente: le emozioni dello spettatore sono le uniche cose reali del film. Il resto – come si sarebbe espresso Friedrich Nietzsche – “è soltanto l’umanità”.
Un pubblico confuso e sorpreso di cui – finalmente – il cinema si prende gioco in maniera seria, grazie ad una pellicola imprevedibile e forte come la sua protagonista Sonia Bergamasco. Un’attrice da cui è lecito attendersi qualcosa di straordinario proprio come la sua Sonia – Sofia di questo film.

Marco Spagnoli, Rai.it – 8 agosto 2001

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L’amore probabilmente-Fittante

L'amore probabilmente - 2000

L'amore probabilmente - 2000

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L’amore probabilmente

In tre capitoli Giuseppe Bertolucci filosofeggia sull’amore e costruisce un film che spera di nascere e sperimenta quanto sia difficile dire la verità. Leggera e invadente la camera digitale usa e abusa dei volti e dei corpi degli attori. Con effetto



I bravi attori? Sono dei poveri illusi, parola di Alida Valli, una delle tre muse prelevate dal proprio immaginario da Giuseppe Bertolucci per tentare di spiegarci e di spiegarsi cosa diavolo si sia insinuato nel già labile territorio che separa la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Tre capitoletti, come fosse un sonetto, un canto, sillabato dalle incredibili nuove telecamere digitali che attaccano gli attori, le storie, persino la creatività di sceneggiatori e registi e che, probabilmente, un giorno soppianteranno del tutto la messa in scena, sostituendosi all’ormai stanca Settima Arte. Bertolucci usa e abusa affettuosamente di volti e corpi, dopo averli scelti, come uno stilista aperto al futuro, nell’atelier più esclusivo delle novità. E così Sonia Bergamasco è un folletto che gira più forte della testa che gira; Rosalinda Celentano, una donna africana alla fonte costretta a vomitare psicosomaticamente per il puro piacere degli occhi e della mente del burattinaio Giuseppe; Fabrizio Gifuni un personaggio fatto di pochissime cose (tra cui un’esilarante imitazione di Alì Agca), stregato dal numero tre «da quando ha scoperto che il numero tre fa sorridere». Bertolucci danza come a un ballo delle debuttanti, volteggia, rovesciando i punti di vista quasi a volere accompagnare fuori dalla porta, con educazione, il vecchio “cinema pesante”. Leggiadro e leggero filosofeggia sull’amore, scrive ti amo sullo schermo come avesse tra le mani la caméra-stylo di Astruc e Cocteau. L’audiovisivo come la penna del poeta, come un verso di Giorgio Caproni, come una parola sentita dire in casa chissà quante volte da papà Attilio. Un film che spera e sperimenta: spera di nascere e sperimenta quanto sia impossibile dire la verità, recitare la menzogna, illudersi che non sia solo un gioco. Come dice il saggio cinese: la cosa più difficile del futuro è fare previsioni. Bertolucci confessa di non sapere (ancora) cosa sarà il cinema, ma dichiara di avere capito cosa non è più. Eroico.



Aldo Fittante – Film TV

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L’amore probabilmente

L'amore probabilmente - 2000

L'amore probabilmente - 2000

Regia di Giuseppe Bertolucci

Con: Sonia Bergamasco, Rosalinda Celentano, Fabrizio Gifuni, Teco Celio, Elisabetta Carta, Carmen Scarpitta, Marcello Catalano

Sceneggiatura: Giuseppe Bertolucci
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Federica Lang
Scenografia: Gianni Silvestri
Costumi: Grazia Colombini

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Hannibal

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Hannibal - 2000

Regia di Ridley Scott

Con: Anthony Hopkins, Julianne Moore, Ray Liotta, Giancarlo Giannini, Gary Oldman, Francesca Neri, Frankie R. Faison, Ivano Marescotti, Fabrizio Gifuni

Sceneggiatura: David Mamet, Steven Zaillian
Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris
Fotografia: John Mathieson
Montaggio: Pietro Scalia
Scenografia: Norris Spencer
Costumi: Janty Yates
Colonna sonora: Hans Zimmer

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Sole negli occhi-Porro

Sole negli occhi

Sole negli occhi - 2000

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Film Festival di Torino


Fa discutere un parricidio

Dopo l’avvio con l’America controcorrente di Dennis Hopper e Abel Ferrara, il Festival ha sposato la causa italiana. Accanto all’”Amore estremo”di Rocco Siffredi, ecco l’odio estremo di “Sole negli occhi”, il bel film di Andrea Porporati che racconta con suspence interiore un caso di parricidio che sembra ispirato alla cronaca nera del caso Maso o di Novi Ligure.
Un omicidio efferato e senza causa, ma l’ultima battuta ripete: ”Una ragione ci deve pur essere”. È ufficialmente un giallo psicologico, anzi patologico, con in primo piano il disagio giovanile e la difficoltà dei rapporti: ma attraverso la buona sceneggiatura, la gradazione degli effetti e un interessante contrasto fra due coetanei speculari (l’assassino e il poliziotto), la storia diventa un caso emblematico in cui delitto e castigo si rimbalzano le responsabilità. Racconto non banale, che si richiama alla cronaca ma riesce ad andare oltre, perché aizza l’immaginazione, evita moralismi; e sono magistrali le prove dei due giovani, Fabrizio Gifuni e Valerio Mastandrea.
Una ragazza sperduta, con un difficile rapporto pseudo paterno, è al centro di un altro buon film sul disagio generazionale, “Biuti quin Olivia” di Federica Martino, in cui il neorealismo dell’Italia ai margini del benessere è la chiave per introdursi nella psicologia di una ragazza-bambina.



Maurizio Porro, Corriere della Sera – 20 novembre 2001

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Sole negli occhi-Fofi

Sole negli occhi

Sole negli occhi - 2000

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Delitto e castigo all’italiana

L’esordio di Porporati, scrittore e sceneggiatore formatosi con Gianni Amelio, è un film insolito. In Sole negli occhi la banalità dell’ambientazione, una riviera romagnola di fine o inizio stagione, fa da sfondo a un dramma che lascia volentieri il terreno della cronaca per quello della psicologia e della morale. Il modello evidente è Delitto e castigo ma stavolta Marco-Raskolnikov (Fabrizio Gifuni nella sua migliore interpretazione infine alle prese con un personaggio pieno e non facilmente caratterizzabile, che egli fa ostico e delicato, intenso e segreto) non uccide una vecchia usuraia bensì il padre. Questi è colpevole ai suoi occhi di chissà quali colpe nei suoi confronti, ma è poi semplicemente un padre che ha disatteso il suo compito e per questo ha procurato al figlio le sue immedicabili ferite. Viviamo in un mondo di padri che non sanno più essere padri, di adulti da commedia o da farsa, ignavi o ignobili, un mondo senza adulta responsabilità, e di giovani che nel loro bisogno di modelli plausibili e saldi annaspano e soffrono, s’intorbidano e si sbandano.
Marco uccide il padre e un giovane poliziotto (l’ottimo Mastandrea) saprà come portarlo dolcemente e lentamente alla confessione e dunque all’uscita dall’abulia morale verso un possibile riscatto. Bravo come sceneggiatore e direttore di attori, Porporati finisce per concedere un po’ troppo alla narrazione di tradizione, non raggiunge una dimensione di rigore all’altezza delle giuste ambizioni del suo film e la sua preoccupazione di un’ambientazione plausibile e di una scorrevolezza dell’azione lo devia alquanto dalla ricerca di un linguaggio proprio e forte, diverso e unico. Una scelta gli si imporrà: o più stile o più racconto (e con il racconto l’adeguamento, il successo?). Si vedrà. Per intanto salutiamo la speranza di un bravo autore e la certezza di un ottimo attore.

Goffredo Fofi, Panorama – 6 dicembre 2001

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Sole negli occhi

Sole negli occhi

Sole negli occhi - 2000

Regia di Andrea Porporati

Con: Fabrizio Gifuni, Valerio Mastandrea, Delia Boccardo, Emanuela Macchniz, Gianni Cavina, Margherita Cenni
Sceneggiatura: Andrea Porporati
Fotografia: Franco Lecca
Montaggio: Simona Paggi
Scenografia: Beatrice Scarpato
Costumi: Beatrice Scarpato
Colonna sonora: Andrea Guerra

“Consiglio un film italiano, Il sole negli occhi di Andrea Porporati. E’ girato molto bene e merita di essere visto per l’intepretazione del protagonista Fabrizio Gifuni: è un bravissimo attore che cresce giorno dopo giorno, film dopo film.” Pupi Avati, Il Messaggero –  30 novembre 2001

[…] Il minimalismo è qui una chiara fonte di segni, e corrisponde alla tranquillità di chi osserva, alla semplicità della sceneggiatura, che ha disposto le scene in modo da cogliere i segni “massimali” dei personaggi. Contemporaneamente il furore ed alla follia da tragedia che culminano nella scena del parricidio e la stasi ambigua in cui il movimento è prospettato dalle espressioni, dai primi piani del volto di Fabrizio Gifuni, attore grandissimo che diventa il segno cinematografico più sorprendente nelle messe in scena dei film italiani contemporanei. Andrea Caramanna, reVision

[…] Merito, non c’è alcun dubbio, degli attori: da un Fabrizio Gifuni alla prova della maturità ai sobri ed essenziali Mastandrea, Cavina, la sempre dolcissima Delia Boccardo. Aldo Fittante, FilmTv – 2 dicembre 2001

[…] Superiore ad ogni lode Fabrizio Gifuni, l’unico attore italiano della sua generazione. Stefano Selleri, Gli spietati

[…] Gifuni e Mastandrea sono molto bravi e il nome di Dostoevskij non è speso invano. Fabio Ferretti, Il Messaggero

[…] Gifuni conferma così di essere un attore di cui non si potrà mai dire sufficientemente bene e che negli ultimi anni si è ritagliato un ruolo abbastanza scomodo: quello di mostrare personaggi di cui vorremmo dimenticarci e – come nel caso di Marco – uomini che è meglio consegnare all’oblio cartaceo dei quotidiani per farci vivere più tranquillamente.[…] SuperEva.it

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