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Concerto per Amleto

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"Concerto per Amleto", per orchestra sinfonica - 2016

da “La tragedia di Amleto principe di Danimarca”
di William Shakespeare
drammaturgia Fabrizio Gifuni
consulenza musicale Rino Marrone
voce Fabrizio Gifuni
direttore Rino Marrone
musiche Dmitrij Sostakovic da op. 32, musiche di scena per Amleto di Nikolai Akimov e op. 116 musiche per il film Amleto di Grigori Kozintsev

Concerto per Amleto, con l'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi - 2018

Milano, Piccolo Teatro Strehler – dal 22 al 25 novembre 2018

Concerto per Amleto, con l'Orchestra Sinfonica Abruzzese - 2017

Napoli, Teatro San Carlo – 26 giugno 2017

Concerto per Amleto, con l'Orchestra Sinfonica Abruzzese - 2016

Produzione Le Vie dei Festival e Istituzione Sinfonica Abruzzese
Roma, Auditorium Parco della Musica – 8 ottobre 2016
Pescara, Teatro Massimo – 11 ottobre 2016

Concerto per Amleto, con l'Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari - 2013

Bari, Teatro Showville – 3 ottobre 2013

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Morte di Borromini

Morte Borromini

"Morte di Borromini" di Salvatore Sciarrino - 2017

26° Festival di Milano Musica

In coproduzione con Teatro alla Scala

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

Direttore, Cornelius Meister

Lettore, Fabrizio Gifuni

Ludwig van Beethoven, Egmont Ouverture op.84
Salvatore Sciarrino, Morte di Borromini per orchestra con lettore
Robert Schumann, Sinfonia n.4 in re minore op. 120

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il dio di roserio-iuppa

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"Il dio di Roserio"

studio sul primo capitolo - 2015

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TESTORI/Gifuni, lasciarsi “invadere” dal Dio di Roserio

«Deve arrivare a Testori». Questo pensai, oltre a ringraziare Dio per il dono degli attori, la prima volta che ebbi ad assistere a una performance teatrale di Fabrizio Gifuni, ne Lo straniero di Camus, testo noto per quello che è stato definito da Roland Barthes il “grado zero della scrittura”. E io lo aspettavo alla prova della scrittura testoriana, tutt’altro che grado zero!, tutta sempre sopra tono. Lo aspettavo, perché in quell’interpretazione mirabile di fatale equilibrio, ogni tanto qualcosa in lui sussultava. In quegli scatti, tutti nervi, tendine, sangue, vibrava per me la grande promessa di un incontro che prima o poi avrebbe dovuto avere luogo.
Il luogo, appunto, per ogni testoriano, ha del mitico: il teatro Franco Parenti, nato come Teatro Pier Lombardo nel 1972 da quel felicissimo incontro tra Giovanni Testori, Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah, ora straordinaria direttrice di questo punto aggregante della vita milanese. L’occasione, la lettura del primo capitolo de Il Dio di Roserio, a coronamento della seconda edizione del Premio Testori. Dopo un pomeriggio permeato in ogni suo poro dallo spirito del grande scrittore lombardo — dalla scelta di impostare le presentazioni dei premiati in workshop paralleli a quella di premiare un saggio di storia dell’arte nella categoria letteraria —, alle 21 c’è il gran finale. Attorno una sala gremita. Scena semivuota: una sedia, uno sgabello, un leggio. Molto gifuniano, penso: perché tutto è nel corpo. E molto testoriano: «La scena è tutta e solo in loro, le parole; loro, s’incaricheranno di farla essere e, appunto, costituirsi: edificio ben più solido e vero di tutti i possibili trucchi e trucchetti», aveva detto Franco Parenti dalle assi di quello stesso teatro nei panni del Maestro dei Promessi sposi alla prova. Ed ecco Fabrizio, accolto dall’affetto di un teatro in cui lui è di casa, ma anche dalla trepidazione tesa di un pubblico che non ha dimenticato Testori.
Gifuni introduce il suo “esperimento”, e forse a più di qualcuno fiorisce un sorriso benevolo e indulgente al sentirgli pronunciare, così spontaneamente e così poco lombardamente, Testòri, invece che Testóri: non a me, che, da buona romana, mi sono sentita finalmente legittimata.
Poi è partito. Con un singulto, il verso demente e malinconico di chi ormai è segnato per la vita. È partito così. E poi la corsa del Consonni. L’altra sera, l’abbiamo fatta tutti. Tutti abbiamo letto «Culo chi legge» sul muro sbrecciato; tutti abbiamo masticato il mezzo limone; tutti abbiamo guardato il Dante Pessina, il Dio di Roserio, voltandoci indietro dalla sella della bici. Tutti abbiamo visto il lago salire, dolcissimo e manzoniano, in un improvviso squarcio di armonia. Tutti abbiamo ripreso la corsa a perdifiato dei tendini e dei muscoli della scrittura.

Daniela Iuppa – il sussidiario.net, 15 Dicembre 2015

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"Il dio di Roserio"

studio sul primo capitolo - 2015

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Pedalata infinita

La parola letteraria si fa corpo e voce nella ricerca di Fabrizio Gifuni che da anni porta avanti un personalissimo percorso tra testi ardui e non teatrali di grandi scrittori, da Pasolini a Gadda, a Camus. Nuovo approdo Giovanni Testori e il suo Dio di Roserio, primo romanzo nel 1954, dell’autore lombardo dove il mondo duro del ciclismo postbellico è metafora della lotta spietata per la sopravvivenza. La storia del campioncino di periferia Dante Pessina che per vincere una gara di provincia sacrifica il gregario Sergio Consonni spingendolo a terra e rendendolo idiota, diventa nel primo capitolo scelto da Gifuni una soggettiva della vittima, una pedalata infinita tra curve, montagne e lago descritta con la precisione di dettagli di un incubo. Ritto su uno sgabello, braccia tese e sguardo in avanti, il leggio è quasi superfluo in una performance vertiginosa che ben poco ha del reading, dove l’attore varia tra le modulazioni naïf, quasi infantili, d’accento popolano e lombardo del racconto del “servo” e sterzate improvvise estranianti nella voce e nei gesti, quando alla volata si alternano lampi della scena tragica della caduta, delitto senza castigo che emerge in tutta l’atrocità dell’interpretazione complessa eppure chiarissima, fisica e insieme sottilmente mediata, in una prova d’attore memorabile.

Simona Spaventa – la Repubblica, 7 maggio 2017

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"Il dio di Roserio"

studio sul primo capitolo - 2015

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La narrazione feroce del ciclista Gifuni

Fabrizio Gifuni è un interprete di raffinata intelligenza e profondità recitativa, capace di condurre lo spettatore lungo i chiaroscuri di un testo, spesso letterario, facendolo vivere nella sua interezza e svelandone l’anima nascosta.
Così è in Il dio di Roserio (visto al Parenti, Milano), prima parte dello strepitoso racconto del 1954 di Testori di un’Italia che vuole perdersi nell’illusione di un nascente boom economico. La Brianza è il mirabolante sfondo della drammatica corsa ciclistica della promessa Dante Pessina, il dio di Roserio, in cui fece cadere, menomandolo nell’intelletto, il gregario Consonni che osò sorpassarlo. L’innocenza immolata sull’ara del successo. Consonni, generoso e semplice, ricostruisce a ritroso quel giorno crudele in un vivido monologo interiore, dando sfogo alla muta di pensieri che gli mordono la mente. Gifuni si cala nei ritmi serrati di una narrazione feroce, solitaria e composita, di grande fisicità; viviamo con lui l’adrenalina, il sudore, l’affanno delle salite, la spavalderia delle discese e non solo la felicità sognata e lo sgomento.
Un’interpretazione stupefacente che attanaglia, nella quale la realtà ha l’intensità di un incubo e i sentimenti il mistero di un’allucinazione.

Magda Poli – Corriere della Sera, 11 maggio 2017

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"Il dio di Roserio"

studio sul primo capitolo - 2015

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Il dio di Roserio

Nessun attore oggi potrebbe offrirci le stesse emozioni che ci dona Fabrizio Gifuni, magnifico, inarrivabile interprete del racconto di Giovanni Testori. Protagonista di un teatro di narrazione che travalica i generi e i limiti per essere “semplicemente” teatro

Sono ancora emozionata e piena di gratitudine e di meraviglia per la serata appena terminata al Teatro Franco Parenti di Milano. Una serata così perfetta che mi ha fatto sentire l’urgenza di scrivere per condividere con voi, a caldo, le mie emozioni. Una serata con una valenza teatrale fortissima che riportava a casa sua, al Teatro Franco Parenti che con il nome di Salone Pier Lombardo aveva contribuito a fondare insieme a Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah, l’immenso Giovanni “Gianni” Testori. Serata perfetta anche perché a dare voce al mondo violento, squarciato da lampi di poesia di Il dio di Roserio c’era uno straordinario Fabrizio Gifuni che da solo in scena ha saputo restituirci il mondo del primo Testori, lo scrittore, pittore, critico, affascinato dal mondo degli umili, dei degradati, dello sport spesso raccontati attraverso una lingua mescolata di “milanesismi”, di “lombardismi” che grazie all’interprete assumono una valenza poeticamente epica, formidabile.

Scritto e pubblicato nel 1954 come racconto lungo per i tipi di Einaudi nella collana diretta da Vittorini che però non lo amava, dato da leggere a Calvino che pur riconoscendone il valore non lo condivideva, Il dio di Roserio inteso come personaggio sarà presente nel volume Il ponte della Ghisolfa, che però non conterrà questo primo pezzo. Pensando che oggi per noi Roserio è il capolinea del tram 19 e che tutto quello che qui si racconta avrebbe potuto succedere davvero, è un po’ come ritrovare il bandolo di una matassa che si era persa nei nostri ricordi.

Quello che Fabrizio Gifuni riesce a creare con l’aiuto di una bicicletta storta, di una ruota ammaccata su di un mucchietto di terra, di un alto sgabello con microfono con il solo aiuto della voce usata come un vero e proprio strumento, di una gestualità spezzata, di movimenti del corpo teso come un arco, gettandosi nella mischia delle parole, nel trascorrere e trascolorare dei paesaggi lombardi là dove il lago di Como lascia il posto ai boschi, per poi diventare polvere, sassi, rotaie, tetti d case, suoni di campane è poeticamente formidabile. Il mondo degli umili, dei vecchi, di chi ha poco o nulla da cavarci un pasto, ma anche di quelli come i due personaggi di questa storia toccati dalla “grazia” del tutto speciale ma anche del tutto testoriana del fascino della sfida (anche sportiva) della crudeltà, dei delitti efferati, del male, spesso incapaci di reggere quanto fatto, di convivere con il senso di una colpa che li accompagna, trova in questo attore straordinario un’interpretazione che non si dimentica.

Protagonista neanche tanto occulta di Il dio di Roserio è la bicicletta, anzi una corsa per dilettanti “La coppa del lago”, arrivo a Milano, alla quale partecipano due corridori della squadra Vigor, Dante Pessina, considerato dai suoi tifosi un “dio” da cui il titolo del pezzo e il suo gregario Sergio Consonni. Testori descrive le sensazioni e quella vera e propria follia che prende i protagonisti di questo sport epico dove il corridore, ben prima dei molti scandali che ne hanno ormai da anni sporcato l’immagine, è una specie di eroe che combatte contro la fatica, il sudore, la sete, la stanchezza, con la voglia, costi quel che costi, di farcela. E fa tutto questo senza avere mai scritto una cronaca sportiva, al di fuori dunque di qualsiasi stilema eppure poche pagine come queste sono permeate di quello spirito autenticamente popolare che è stato il mondo del ciclismo.

In un’ora o poco più siamo letteralmente sopraffatti da questo racconto in cui quel tanto di fatica e di fatalità dei corridori nell’andare su e giù si contrappone all’apparente serenità di un paesaggio che cambia continuamente sottolineando la solitudine dei due rotta solo da una motocicletta che precede la corsa e dalla presenza urlante del responsabile della Vigor che ha due uomini in fuga di cui uno, il “dio”, sembra non farcela a mantenere la velocità del gregario che lo mette in crisi mentre a sua volta il gregario è come preso da una specie di inarrestabile prova di forza verso il “capo” che lo carica di insulti. Ovvio che la storia abbia un finale tragico. Il Pessina, infatti, butterà giù dalla bicicletta il Consonni che per l’alta velocità farà un volo picchiando la testa contro un sasso che lo tramortirà riducendolo nel corso del tempo a un vegetale.

Gifuni inizia la sua performance dalla fine, dal delirio e poi dagli ultimi lampi di lucidità del Consonni che rivive tutto ciò che l’ha portato a quell’attimo fatale, ricordando continuamente il Pessina che gli dice – non sappiamo se per vigliaccheria o per paura – che quel che è avvenuto è stata colpa di un sasso. Tocca a noi, allora, precipitare insieme a lui in questo pozzo di follia e di passione, di orgoglio e di vergogna. Credo che oggi nessun attore potrebbe offrirci le stesse emozioni che ci dona questo magnifico, inarrivabile interprete di un teatro di narrazione che travalica i generi e i limiti per essere “semplicemente” teatro. Gli spettatori che affollano il Franco Parenti lo sanno e seguono con un silenzio tesissimo, profondo la sua straordinaria prova. E l’applauso alla fine è lunghissimo e liberatorio.

Maria Grazia Gregori, delteatro.it – 5 maggio 2017

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il dio di roserio-palazzi

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"Il dio di Roserio"

studio sul primo capitolo - 2015

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Gifuni ciclista

Nel «Dio di Roserio» di Testori l’attore conferma un talento capace di offrire trascinanti prove di bravura

E’ ormai evidente che Fabrizio Gifuni è un talento anomalo, capace di offrire trascinanti prove di bravura soprattutto quando si impegna in certe imprese solitarie, nelle quali trae linfa dal confronto con ardui testi di matrice letteraria. Dopo aver affrontato, con altissimi risultati, la scrittura di Gadda e Pasolini, l’attore ha cominciato ora a misurarsi con un altro grande del Novecento, Giovanni Testori, ricavandone una performance verbale forse persino più impressionante.
E’ vero che il suo percorso drammaturgico nel primo romanzo dell’autore di Novate, Il dio di Roserio, è stato proposto al Teatro Franco Parenti di Milano in una situazione particolare, al termine della consegna dei premi Testori, e in forma di “studio”, dunque in una versione ancora in fieri: ma proprio questa sorte di illuminante provvisorietà ha consentito di penetrare ancor più a fondo nei recessi del suo “laboratorio creativo”, mostrandone alcuni tracciati con inusitata evidenza, e inducendo qualche ulteriore riflessione sul fondamentale tema della lingua testoriana.
Il dio di Roserio, pubblicato nel ’54, più di uno spaccato neo-realistico sulla Milano del dopoguerra è una sorta di tragedia moderna ambientata nel mondo delle corse ciclistiche di periferia, arena infernale dove si emerge o si soccombe, dove si versa sudore e sangue per un trafiletto sulla “Gazzetta”. Un campioncino locale, Dante Pessina, in una giornata di scarsa vena teme di essere preceduto al traguardo dal suo gregario, il Consonni, quindi ne causa volontariamente la caduta, facendone un povero mentecatto per il resto della vita.
Gifuni, che per ora ha lavorato solo sul primo capitolo, quello che espone il punto divista del Consonni, parte proprio da questa figura di piccolo eroe caduto, dal suo sguardo fisso nel vuoto, dal suo parlare disarticolato, un po’ meccanico, un po’ ottuso. Ma lui non sembra utilizzare questo disfacimento espressivo per enfatizzare il pathos del personaggio, la sua condizione di inerme vittima del fato, come aveva fatto una dozzina d’anni fa Maurizio Donadoni in una sua forte interpretazione dello stesso testo, diretta da Valerio Binasco.
Con ingegnosa intuizione l’attore si basa su questo eloquio quasi infantile per fornire -almeno per ora, chissà poi come proseguirà la sua ricerca – una insistita, minuziosa ricostruzione visiva delle varie fasi della corsa che precedono l’incidente, colte con una sensibilità che si potrebbe definire impressionistica: in una sorta di dilatazione percettiva e temporale, i dettagli della strada e del paesaggio diventano così l’espediente per rinviare il momento fatale della caduta, dell’incontro col destino.
La trovata decisiva, che è già tutta presente nello stile di Testori, che Gifuni esalta con la sua mostruosa tecnica recitativa, è proprio in questa scena di scandire la sequenza degli avvenimenti attraverso le sensazioni soggettive del ciclista, un cane da schivare, «la parte di afa che pareva che bollisse». Fermo su una sedia, l’attore evoca tutto ciò che solo in virtù della parola, ma gli basta un accenno di movimento – come il gesto di alzarsi sulla sella ad aggiustarsi «le mutandine» – per conferire un’attesa fisicità a quella semplice lettura. Ciò che più colpisce è lo straordinario effetto plastico per cui sembra che lo sguardo del corridore sia fermo, e si muova il mondo attorno a lui: ecco allora che «si è alzato un palo del telefono», «è venuta giù una parete di roccia» e «in mezzo al verde, si vedeva saltar sul letto o sul muro di qualche casa». Delle mucche si scorgono le gambe, delle auto «l’acciaio del paraurti, il radiatore, il parafango. Dopo, niente. Dopo ancora, il radiatore, il paraurti, il parafango della macchina che veniva dietro. Dopo, niente, un’altra volta» e questo accavallarsi di immagini suggerisce una sorta di dinamismo futurista, una simultaneità di sensazioni – anche se l’accostamento è forse poco testoriano – che fa pensare a Boccioni.
La vaga cadenza lombarda, il ritmo allucinato che Gifuni conferisce al racconto, la lieve distorsione che imprime a ogni singola parola confermano una volta di più quanto la centralità della questione della lingua: del dio di Roserio non ci sono le convulse invenzioni lessicali che accenderanno l’Amleto e tutti i testi successivi. Eppure si avverte che quello usato dai personaggi non è l’eloquio di ogni giorno, è già una lingua plasmata ad hoc, dotata di un proprio autonomo impatto emotivo. Ma si capisce bene, in questo caso, che la potenza linguistica di Testori non è tutta e non è soltanto nella sua pagina scritta, è anche in gran parte nella fantasia dell’interprete che la coglie e la valorizza.

Renato Palazzi – Il Sole 24 ore, 3 gennaio 2016

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Il dio di Roserio

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"Il dio di Roserio". Studio sul primo capitolo - 2015

di Giovanni Testori

con Fabrizio Gifuni

Milano, Teatro Franco Parenti in occasione del Premio Testori – Prima lettura 13 Dicembre 2015

Roma, Teatro Vascello – 9 e 10 marzo 2017

Milano, Teatro Franco Parenti – dal 3 al 6 maggio 2017

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Gifuni ciclistadi Renato Palazzi, Il sole 24 ore – 3 gennaio 2016 

Il dio di Roseriodi Maria Grazia Gregori, delteatro.it – 5 maggio 2017 

La narrazione feroce del ciclista Gifunidi Magda Poli, Corriere della Sera, 11 maggio 2017 

Pedalata infinitadi Simona Spaventa – la Repubblica – 7 maggio 2017 

TESTORI/Gifuni, lasciarsi “invadere” dal dio di Roserio di Daniela Iuppa, il sussidiario.net, 15 Dicembre 2015 

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Freud

Foto di Masiar Pasquali, Piccolo Teatro di Milano

"Freud o l'interpretazione dei sogni" - 2018

di Stefano Massini
riduzione e adattamento Federico Tiezzi e Fabrizio Sinisi
regia Federico Tiezzi
scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca
luci Gianni Pollini, video Luca Brinchi e Daniele Spanò
movimenti Raffaella Giordano, preparazione vocale Francesca Della Monica
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine alfabetico) Umberto Ceriani, Nicola Ciaffoni, Marco Foschi, Giovanni Franzoni, Elena Ghiaurov, Fabrizio Gifuni, Alessandra Gigli, Michele Maccagno, David Meden, Valentina Picello, Bruna Rossi, Stefano Scherini, Sandra Toffolatti, Debora Zuin
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Milano, Piccolo Teatro Strehler – da gennaio a marzo 2018

Hanno scritto dello spettacolo...

“Questo è uno di quegli spettacoli che non ti togli di dosso facilmente (…)
È uno spettacolo che fa ronzare il cervello, agita la fantasia, porta il sangue a mille giri (e lo raffredda).
Fabrizio Gifuni fornisce una prova di presenza mirabile. Tutto gira intorno a lui: è in scena per due ore e mezza (lo spettacolo, con l’intervallo, arriva alle tre ore, che scorrono velocissime). Tutto si muove grazie a lui, intorno a lui, dentro di lui. È l’uomo che pensa del sipario, l’incrinatura della prospettiva geometrica, il cervello popolato da fantasmi, da coccodrilli, è un uomo nudo che corre tra redingote, abiti lunghi e ombrelli aperti, tutti neri, tra Magritte e Kantor: corre nudo dietro al funerale che chiude, con immagine bellissima, il primo atto, lo sprofondamento nell’ancestrale e il tentativo di capire, di trasformare l’incubo in immagini, di decifrare le metafore del sogno”
Massimo Marino, doppiozero.com

Sarebbe, Freud, uno spettacolo da tenere in repertorio, come l’Arlecchino, a insegnamento, a futura memoria, nel cuore del mutamento: nel momento in cui le religioni non ci credono più e fanno di tutto per rinnovarsi – e si raccontano, ahi! la fiaba dei fondamenti – nel momento in cui la specie si guarda nello specchio della propria memoria. (…) Nell’intervallo mi sorge accanto Massimo Marino: ecco: diciamo la stessa parola: stupendo.
Giuliano Scabia, doppiozero.com

Fabrizio Gifuni per tre ore conduce in maniera strepitosa il gioco incessante dell’indagine e della ricostruzione (…) E bisognerebbe nominarli tutti gli attori meravigliosi che quelle vite fanno girare. Sono tutti bravissimi attorno a Gifuni/Freud, grande e umanissimo mago delle loro incomprese esistenze”
Gianfranco Capitta, Il Manifesto

Magnifico lavoro di regia, per me, oggi, il culmine della “Way of Life” ma anche e soprattutto “Way of Theatre” di Federico Tiezzi. (…)
Il Sigmund Freud di Fabrizio Gifuni s’impone all’attenzione degli spettatori per la sua duttilità nel padroneggiare i diversi cambi di situazione, mantenendo senza affanno la stabilità della propria presenza. (…) Ci sa trasmettere con autorevolezza e leggerezza allo stesso tempo l’ansia di conoscenza ma anche di certezza di Freud come se avesse fatto suo il celebre verso di Shakespeare dove si dice che gli uomini sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, ma anche nella naturalezza con cui sa destreggiarsi nel fluviale anche se ridotto testo, dato da sognare ai registi e agli attori.”
Maria Grazia Gregori, delteatro.it

Un cast formidabile (…) Una regia labirintica in cui gli attori pazienti riflettono i tormenti di questi uomini senza qualità. Su tutti si staglia il grande Fabrizio Gifuni che interpreta il padre della psicanalisi con una sensibilità che rappresenta l’ultima sfida del suo formidabile talento. (…) Successo strepitoso.
Enrico Groppali, Il Giornale

“Filo conduttore di elettricità è il personaggio stesso del medico austriaco che inaugurò il ‘900, affidato a uno strepitoso Fabrizio Gifuni.”
Claudia Provvedini, rumorscena.com

Le vie del dubbio, della domanda, dell’introspezione, perfettamente e con ricchezza percorsa da Gifuni/Freud. I pazienti, bravi e intensi tutti gli attori, i loro sogni, e un genio che pensa, elabora, fino a vedere l’arcaico, l’immutabile dentro l’animo umano.”
Magda Poli, Corriere della Sera

Fabrizio Gifuni restituisce magistralmente questo Freud così umano…
Paolo Perazzolo, Famiglia Cristiana

Chapeau a Fabrizio Gifuni-Sigmund Freud abile equilibrista sul crinale delicato e sottile della dialettica sogno-realtà, saggio nella scelta di massimo controllo dei movimenti e con un carisma che gli permette di essere un potente magnete in scena”.
Michele Sciancalepore, L’Avvenire

“Non è affatto semplice raccontare uno spettacolo come questo. Il primo invito è quello di andare a vederlo perché è un’esperienza che va fatta in prima persona. (…) Fabrizio Gifuni… funambolo della parola, la incarnana impeccabilmente in un corpo che vibra del desiderio di conoscersi (e conoscere) e in una voce in cui, a tratti, riecheggia l’Amleto Pirobutirro del suo indimenticabile ‘L’ingegner Gadda va alla guerra‘ (regia di Giuseppe Bertolucci). Freud-Gifuni vibra della vertigine che si prova sull’orlo dell’abisso.
Maria Lucia Tangorra, milanoweekend.it

“Freud o l’interpretazione dei sogni, quasi tre ore di godimento estetico con interpreti d’eccezione, primo fra tutti l’instancabile e intenso Fabrizio Gifuni, che ci guida alla scoperta di un Freud più umano. (…) Fulcro dello spettacolo è la figura di Sigmund Freud, interpretato magistralmente da Gifuni: un uomo lacerato da dubbi e domande, che procede per tentativi e a volte fallisce.”
Gilda Tentorio, Frammentirivista.it

“Fabrizio Gifuni, un Freud pensoso, tormentato, intensamente rivolto a scrutarsi dentro…”
Renato Palazzi, Il Sole 24 ore

“Carismatico, magnetico, Fabrizio Gifuni…”
Daniele Stefanoni, dramma.it

“Federico Tiezzi si conferma il regista che più ha raccolto il gusto estetico di una stagione alta del teatro italiano di regia e il suo è uno spettacolo che tiene l’impegnativa materia con maestria, rigore e concentrazione.
Anna Bandettini, La Repubblica (inserto Robinson)

Un girotondo di esistenze perdute, talora ritrovate, talora smarrite per sempre. Un lungo viaggio dentro la testa di Freud, nel cuore di tenebra dell’io, del teatro, di un’Europa in disperata ricerca di una nuova identità”.
Giuseppina Manin, stateofmind.it

E’ più di uno spettacolo (…) qualcosa di vivo che accade insieme al pubblico, che cambia chi lo condivide. (…) Fabrizio Gifuni incarna Freud in un definitivo prodigio…
Concita De Gregorio, La Repubblica (Invece Concita)

“Il Freud di Massini, splendidamente interpretato da Fabrizio Gifuni, è un personaggio profondamente umano (…) Non è il super-psicologo senza falle che noi ricordiamo e il suo metodo è tutt’altro che perfetto.”
Valentina Basso, saltinaria.it

La pazzia dei pazienti è la pazzia di Freud, la nudità dei casi è la nudità di Sigmund davanti all’immensità della sofferenza, davanti al padre Jacob, commerciante di stoffe ottuso e giudicante. L’interpretazione dei Sogni è uno spettacolo teatrale bello, complesso, importante che ha bisogno di attenzione e intenzione, che non finisce dopo le tre ore in cui si svolge, lo si porta a casa, lo si elabora, lo si sogna e lo si interpreta. Perché il sogno è il teatro di se stessi, la messinscena della nostra verità più inconfessabile. Bravissimo Fabrizio Gifuni che veste i panni di Freud, bravissimi gli attori che interpretano i casi umani.”
I Rabdomanti, Rabdo.blog

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Solo l’amare, solo il conoscere conta

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"Solo l'amare, solo il conoscere conta..." da Pier Paolo Pasolini reading

con Fabrizio Gifuni

Pistoia, Dialoghi sull’uomo – 26 maggio 2018

Una serata di letture dedicate a Pier Paolo Pasolini attraverso la straordinaria voce di Fabrizio Gifuni, che da anni ne sta indagando l’opera, in un personale “corpo a corpo” con la sua scrittura. Della sterminata produzione pasoliniana si presentano alcuni testi tratti dalle Lettere luterane e dagli Scritti corsari, che testimoniano la riflessione sulla “mutazione antropologica” e “l’omologazione culturale” degli italiani, su cui il grande intellettuale ebbe il coraggio di rompere le regole creando scandalo. Accanto al Pasolini intellettuale-sociologo, Gifuni propone alcune delle sue poesie più evocative, a testimonianza di quanto la sua vita, la sua opera e la sua stessa morte costituiscano ormai un unico corpo poetico in cui è difficile separare un aspetto dall’altro. A colpire Pasolini e a mettere in moto la sua immaginazione e creatività è la realtà quotidiana, la vita che si svolge sotto gli occhi di tutti e su cui ci ha lasciato pagine indimenticabili.