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Ingegner Gadda va alla guerra-Arrigoni

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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L’ingegner Gadda va alla guerra

Four years after ‘Na specie di cadavere lunghissimo, spettacolo che, a partire dai testi di Pasolini e Somalvico, poneva le basi di una riflessione teatrale sulla trasformazione del nostro paese negli ultimi quarant’anni, Fabrizio Gifuni torna a frequentare il teatro con L’ingegner Gadda va alla guerra, un monologo di rara intensità che – se ce n’era bisogno – conferma le doti eccelse di attore e drammaturgo di se stesso di Fabrizio Gifuni che affida al teatro la sua voglia di essere carne e spirito al di là dello schermo cinematografico e televisivo. La regia come nel precedente monologo è affidata alla mano di Giuseppe Bertolucci. Utilizzando i Diari di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda e l’esilarante Eros and Priapus, Fabrizio Gifuni costruisce una drammaturgia perfetta che attraverso il corpo voce racconta del Paese, racconta di Carlo Emilio Gadda in servizio nella Prima Guerra Mondiale, alla guida di un manipolo di soldati che assomiglia per povertà di mezzi e inesperienza a un’armata allo sbando… Fabrizio Gifuni intervalla i testi gaddiani con citazioni dall’Amleto, un’interpolazione shakespeariana che dà prospettiva mitica ad un racconto che lascia senza fiato e diverte, soprattutto per le doti dell’interprete. Fabrizio Gifuni è possente sulla scena, è parola incarnata, suda, sputa, vive e soffre intensamente con unico oggetto in scena, una sedia. I diari di Gadda raccontano di un Paese allo sbando, di un Paese irresponsabile. Tutto ciò vive nello sguardo e sulla pagina scritta di un intellettuale che non nasconde lo stupore per tanta improvvisazione maldestra e si sente involontariamente complice di quella che appare una deriva eroica piccolo-borghese, una guerra di straccioni e di sofferenze, una guerra combattuta per un paese ancora tutto da inventare. La cronaca dei diari di Gadda fa da apripista alla fantasmagorica allegoria del potere e del sesso di Eros e Priapo, una feroce satira del machismo fascista, un ritratto esilarante delle doti amatorie del Duce e di una dittatura fatta di gesti plateali, di inganni consapevoli, di miti da varietà…Fabrizio Gifuni trasforma Eros e Priapo in una partitura teatrale di assoluta godibilità, scioglie la lingua di Gadda, ne evidenzia la matericità, ne esalta il respiro e con fare satiresco racconta più dell’oggi che del Ventennio e instilla nello spettatore che quel seduttore di donne che arrigna alla folla sia più vicino a noi di quanto non sembri. Assistendo a Gadda va alla guerra si finisce col provare un senso di disarmante angoscia per la tragedia della nullità che sta attraversando il Paese. Le parole di Gadda sono profetiche, Fabrizio Gifuni è allora un satiro, un cantore della nostra follia, della deriva di un Paese e di un popolo, è punglo della coscienza, ma soprattutto è un attore sublime che sa trasformarsi, sa essere strumento di carne e sudore per il pensiero agito in scena. Indimenticabile.

Nicola Arrigoni, – Sipario.it, 22 marzo 2010

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Ingegner Gadda va alla guerra-Chiappori

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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Gifuni sbanca il Parenti con l’Ingegnere

GADDA SOLD OUT
Poteva sembrare uno spettacolo di nicchia per pochi spettatori impegnati. E invece “L’ingegner Gadda va alla guerra” di e con Fabrizio Gifuni è così bello e lui così bravo che, nel giro di qualche replica, il passaparola ha fatto esplodere il botteghino del Franco Parenti: non c’è più un biglietto disponibile. Per fa fronte almeno in parte alle richieste domenica 24 alla recita pomeridiana è stata aggiunta una serale. Già quasi tutta esaurita.

Chiara Chiappori – La Repubblica, 22 gennaio 2010

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Ingegner Gadda va alla guerra-Gregori

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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L’ingegner Gadda va alla guerra

Dopo averci fatto rivivere in ‘Na specie de cadavere lunghissimo (Something Like a Very Long Cadaver) la grandezza tragica e preveggente del Pasolini che osservava il progressivo disfacimento del nostro Paese, l’attore Fabrizio Gifuni, sempre guidato e pungolato dalla regia di Giuseppe Bertolucci, ci conduce nel mondo di Carlo Emilio Gadda. Il confronto, infatti, in L’ingegner Gadda va alla guerra (o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro) è con la vicenda umana dello scontroso gran lombardo, che si affaccia nei suoi romanzi come una biografia sotterranea. La sua malinconica solitudine, la sua ironia crudele, la sua refrattarierà se non incapacità alla vita sociale, il rapporto con la madre e quello difficile con il fratello Enrico, quella sua errata certezza di non poter mai essere, proprio come Amleto “il primo della schiera”, trovano in Gifuni un interprete straordinario. L’idea che percorre questo spettacolo è quella di riconoscere in Gadda le stigmate di un Amleto novecentesco (di qui le citazioni dalla celeberrima tragedia), nemico a un mondo che gli è nemico, lucidamente consapevole della propria estraneità proprio come il protagonista della Cognizione del dolore Pirobutirro, nei confronti dell’odiata Pastrufazio. La prima parte di L’ingegner Gadda va lla guerra è costruita sui diari dell’autore, sottotenente della milizia territoriale, arma di fanteria, V reggimento Alpini, durante la prima Guerra mondiale. Diari sconvolgenti dove è raccontato con umana pietà ma con uno sguardo ironico, dove tutto l’orrore di quegli anni terribili, il sacrificio di quei poveri esseri destinati a essere carne da macello dentro e fuori le trincee. E dove la condanna di Gadda per la guerra è totale senza se e senza ma.
Lo snodarsi dell’interpretazione veramente impressionante di Gifuni – attorno al quale Bertolucci costruisce una ragnatela fitta di rimandi e di azioni -, dentro e fuori il personaggio, la sua forte fisicità rendono le parole di Gadda con una evidenza sconvolgente, quasi restituendoci la sua presenza massiccia, la sua forza di penetrazione delle cose. Che si esalta nella seconda con Eros e Priapo, inquietante e risibile requisitoria, vera e propria guerra di Gadda ai guasti di ogni dittatura di ieri e di oggi. Un’ analisi sulla psicopatologia del Cuce, cioè il duce, Mussolini, che trova il suo humus favorevole nel popolo completamente “frenetizzato”, nel “delirio narcissico” del dittatore, nella sua figura esaltata dallo stravedere erotico delle donne, nel suo io senza freno, per tanta devozione, nel suo “giganteggiare” fasullo sui tacchi doppi o tripli degli stivali. Non vi ricorda qualcosa, qui e oggi, di questa Italia che sembra aver perduto la cognizione di se stessa?
Da vedere.

Maria Grazia Gregori – Del Teatro, 20 gennaio 2010

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Ingegner Gadda va alla guerra-Rigotti

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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Teatro, Gifuni in guerra con Gadda

Si avverte subito, già dal momento in cui l’attore appare e dalla sua bocca escono le prime parole che non sono quelle dell'”ingegnere” ma sono rubate ad Amleto, un nevrotico Amleto la cui figura fa da filigrana, che sarà una serata fortemente adrenalitica, pronta a lasciare un segno forte. Fabrizio Gifuni è solo in scena, e lo spazio, quello della piccola sala del franco Parenti (da cui parte la sua nuova sfida), si anima di azioni che, insieme alla sua voce chiara, dura, piegata su tutti i toni, saranno a raccontare il suo corpo e il suo viso condotto a una mimica estrema. Ha Gifuni lasciato Pasolini per incrociare un altro grande intellettuale che ha marcato il destino della nostra letteratura con il suo humour travolgente e la sua rara intelligenza. Ed ecco questo L’ingegner Gadda va alla guerra in cui si saldano insieme testi che sono un’analisi spietata di certa nostra italia, la parte peggiore: i dolenti Diari di guerra e di prigionia e quella grande invettiva pubblica che è Eros and Priapus, l’opera con cui, il “Gaddus”, diede sfogo (lo sfogo di un uomo “malato di dolore e di bile”) agli sdegni e ai rancori suscitati dal tragico Ventennio. C’è grande contrasto di stile tra i due lavori. Asciutto e straziante il primo, barbaro e barocco il secondo, ma Gifuni, benissimo aiutato dalla regia di Giuseppe Bertolucci, raccorda alla perfezione. Usa l’ironia tagliente per raccontare dalle trincee “la bestialità monotona dei commilitoni”; la rabbia feroce verso i profittatoti di guerra.
Ma s’affaccia anche la commozione quando parla di chi rischia la vita o la perde per dar sepoltura a un compagno. Ancora, con lucidità ci riferisce della prigionia subita e con sgomento della morte del fratello Enrico. Poi il grottesco divampa quando attacca Eros and Priapus dove la scrittura di Gadda ha ormai assunto ben altra, magnifica e sperimentale, dimensione. E’ straordinario Fabrizio Gifuni. Mette in atto tutte le sue capacità istrioniche e il pubblico lo premia con un’ovazione.

Domenico Rigotti – Avvenire, 17 gennaio 2010

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Ingegner Gadda va alla guerra-Poli

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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Gifuni strepitoso con l’ingegner Gadda

Scriveva Carlo Emilio Gadda che l’autore deve avere lo spietato coraggio “di annusare la propria personalità storico-teoretica e di non sostituirvi delle falsità: quello che vorremmo che fosse, ma non è”. E nell’intenso, folgorante L’ingegner Gadda va alla guerra (o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro) da un’idea di Fabrizio Gifuni, anche magnifico interprete con la regia intelligente di Giuseppe Bertolucci – nella prima parte, quella che restituisce i “Diari di guerra e di prigionia” – si assiste a una straordinaria introspezione di Gadda soldato, a un ritratto che mette a nudo il suo sentire, il suo essere nella guerra.
Un’analisi resttituita in magnifica prosa con una misteriosa naturalezza orale che sgomenta per profondità, che accende immaginazione e ragione. Amleto si fonde con Pirobutirro, protagonista della “Cognizione del dolore“, tragedia dell’assoluto diventa specchio della necessità morale “dell’azione, che sola può riscattare il nostro destino e motivarlo di fronte alla vergogna e alla colpa”. Uno sguardo che rimane lucido e che si scaglia contro il potere che specula e si arricchisce sui morti mandati al macello. E si completa nella seconda parte, tratta da Eros and Priapus, analisi irresistibile sulla psicopatologia erotica del dittatore Mussolini e di ogni dittatore.
Solo in scena con una sedia e un gessetto a tracciare un immaginifico percorso, Fabrizio Gifuni è strepitoso, restituisce appieno lo spessore, il tormento, il “corpo” della scrittura gaddiana, rendendola più immediatamente vicina, non c’è frase in cui il “proprio” dell’espressività di Gadda, quell’incessante, irresistibile guizzare della sintassi e del lessico verso il basso o verso l’alto alla ricerca di un “di più” di forma e di senso, non sia valorizzato da Gifuni in una bella e coinvolgente prova d’attore.

Magda Poli – Il Corriere della Sera, 17 gennaio 2010

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Ingegner Gadda va alla guerra-Quadri

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

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L’assolo di Gifuni con l’Ingegner Gadda

Ricordate i tempi in cui s’invocava un teatro necessario? Proprio a questa istanza politica e civile si rifà il lavoro svolto da Fabrizio Gifuni con l’assistenza scenica di Giuseppe Bertolucci da ‘Na specie de cadavere lunghissimo (Something Like a Very Long Cadaver), dedicato alla morte di Pasolini sei anni fa, a L’ingegner Gadda va alla guerra, in scena oggi con un successo strepitoso. E’ uno straordinario assolo in cui con una mostruosa richezza di intonazioni e una partecipazione da far venire la pelle d’oca, Gifuni rivive gli inizi e la fine della vita di gadda, dalla sua giovanile campagna militare nella guerra del ’15-’18, sboccando maturo alla Cognizione del dolore, all’assurdo finale della farsa fascista a Roma, solcando le pagine di Eros and Priapus, in una serata emozionante di smarrimento e presa di coscienza.

Franco Quadri – La Repubblica, 16 gennaio 2010

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Naples Prize 2014

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Awards and Honors

Naples Prize 2014 for Italian language and culture

“Per aver dato voce, corpo, cuore, musica e scena a una delle officine narrative più formidabili della nostra tradizione letteraria, dimostrando al contempo quanto la complessità di un’opera possa rapidamente volgersi, a coglierne gl’intenti, in un’efficace e puntuale macchina comunicativa.

E per averci aiutato, con il suo puntiglioso lavoro sul testo, a riscoprire tutti i sensi della parola interprete”.

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L’ingegner Gadda va alla guerra

“L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” - Foto di Marco Caselli Nirmal

"Gadda Goes to War, or the Tragic History of Amleto Pirobutirro" - 2010

From an idea by Fabrizio Gifuni, based on texts by Carlo Emilio Gadda and William Shakespeare

directed by Giuseppe Bertolucci

with Fabrizio Gifuni

Lighting design: Cesare Accetta

Technical director: Hossein Taheri

Audio set-up and sound director: Paolo Gamper

Tour organized by Natalia Di Jorio

Produced by Fabrizio Gifuni

Executive producer: Solares - Fondazione delle Arti

Four years after "Something Like a Very Long Cadaver"the show that laid the foundations – through Pasolini’s Lutherian and privateer prose and the heroic verse of Giorgio Somalvico – for theatrical reflection on the transformation of our country over the past forty years, Fabrizio Gifuni and Giuseppe Bertolucci took up the subject again, guided by the language and thinking of one of the 20th century’s greatest writers.

Diaries of War and Captivity – Gadda’s faithful account of his participation in First World War – and the hilarious Eros and Priapusa written report on the erotic psychopathology of the fascist plague twenty years afterwards, retracing the course of a journey leading up to our own times, to explore a people who have never grown up. And, ultimately, ourselves.

Notes about the show

A Hamlet no longer young, alone, with no father or mother to invoke or curse, with increasingly weaker nerves, choleric. Alone with his ghosts. Language buffeted by flashes of pure protean genius. Always on the verge of tragic madness, and yet, hilarious. And full of method. Oh yes, full of method. This is how I began to imagine Gadda. A ‘Hamlet Pirobutirro’ (protagonist-shadow of his greatest novel, La Cognizione del dolore (Acquainted with Grief) who rewinds the tape of his neurosis by walking backwards – like a crab – across the plain of memory. A descent into hell that reopens old, unhealed wounds. Until you come to the original wound. The one everything comes down to. For better or for worse. The cesspool of his future unhappiness, but also, perhaps, the inadvertent source of his immense art. The Engineer’s participation in the First World War (lieutenant in the territorial militia, infantry, 5th Alpine Regiment), the defeat at Caporetto, his detention in German prison camps and the death of his brother Enrico, were to change his life as a writer forever. But pain is never just a ‘private’ fact. On the contrary. It is always, inexorably ‘public’. With relentless progression, the fury of Gaddus began to mount up and fall, like the stroke of an axe, upon his country – which he was ready to defend with his life – upon its people, and upon its rulers. Written from the miserable observation post of the trenches, his Diaries of War and Captivity pierced the screen of any patriotic rhetoric to become an authentic, agonizing act of love. Having gained awareness of his pain, this aging Hamlet is now perfectly capable of analyzing the distortions of a cyclically ‘unhinged’ history. Gathering momentum, the flow is unstoppable. With the passing years (how many?), the total dementia of a frenzied people has now delivered his country to a tyrant who is obsessed with females; from narcissistic delirium to an ultra-histrionic, autoerotic maniac suffering from hereditary violence. The perfect sequel to a discussion begun several years ago, with the formative Lutheran, privateer reflections (of ‘Na specie de cadavere lunghissimo), this new chapter is presented to audiences as a consciously ‘sacred’ act – the secular ritual of a civilized society that would like to better itself – useful, perhaps, to anyone today who wants to try to pick up the threads of a social fabric in tatters. The social fabric of a country called Italy. The act of consciousness with which we must redeem ourselves – as Gadda says in Eros and Priapus – is a prelude to resurrection, if resurrection is possible amidst such horrific rubble.

Fabrizio Gifuni

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IlPiccoloPrincipe-ilsole24ore

Il Piccolo Principe in concerto - Foto di Silvio Canini

"The Little Prince in concert" – 2011

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Il Principe restaurato. Il racconto di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco

Confesso di non amare particolarmente Il piccolo principe di Saint-Exupéry. Non ho mai capito come questa fiaba funerea e zuccherosa possa commuovere un lettore, sia egli adulto o bambino. Mi è sempre sembrato che frasi come «Non si vede bene che col cuore» siano destinate ai repertori di citazioni celebri o alle cartine dei cioccolatini. Ma proprio per questo sono rimasto tanto più colpito dallo straordinario exploit attorale che ne hanno ricavato Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco. C’è un solo modo, a mio avviso, di rappresentare il tenue universo poetico di Saint-Exupéry, ed è attraverso le risorse del teatro di figura, oggetti, pupazzi, come fece tanto tempo fa il grande marionettista svedese Michael Meschke, e nella sua scia il Teatro delle Briciole. Gifuni e la Bergamasco hanno scelto la strada opposta, quella della semplice lettura: ma la rinuncia a un’ingombrante messinscena non penalizza certo, e anzi valorizza al massimo la loro prova di bravura.

Non si può dire, del resto, che la proposta presentata al Teatro Franco Parenti di Milano manchi del tutto di un’elementare costruzione visiva e spaziale: se Gifuni agisce prevalentemente dietro un leggio, la Bergamasco siede su un’emblematica altalena le cui funi di sostegno, alla fine, si illumineranno come per guidare il ritorno a casa del piccolo protagonista. Fra loro c’è la postazione del percussionista Rodolfo Rossi, le cui particolari sonorità sono parte integrante del progetto stilistico.
Ma al centro di tutto ci sono i due interpreti, come strumenti perfettamente accordati. Lui, che ha il ruolo di narratore, e mutando accenti dà voce alle varie figurette, il re, il lampionaio, la volpe che vuole farsi adottare, sfoggia gli abituali virtuosismi tecnici: entra in scena in piena luce, si rivolge direttamente alla platea come per una comunicazione, poi accende a un certo punto non si sa quale fonte di energia e, impercettibilmente, dai toni quotidiani passa a tessere mirabolanti orditure verbali.
Lei, languidamente appollaiata sull’altalena, pronuncia le parole del Piccolo Principe con una vocetta insieme infantile e piena di una misteriosa femminilità, non priva di echi ambiguamente sensuali. Il suo racconto è quasi un puro esercizio di un talento, a lungo andare fin troppo flautato. Ma attraverso la loro recitazione torna fuori all’improvviso l’emozione, una sorta di emozione intellettuale di fronte alla gamma di effetti che un attore, praticamente con nulla, riesce a evocare.

Renato Palazzi – Il Sole 24 ore – 5 Novembre 2011

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IlPiccoloPrincipe-Flaneri

Il Piccolo Principe in concerto - Foto di Silvio Canini

"The Little Prince in concert" – 2011

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“Il Piccolo Principe” di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco

Tre coni di luce e parole che scorrono nel mezzo. Un astronauta narratore bloccato in un deserto che finisce per essere narrato. Un principe narrato che finisce per narrare la storia di ogni uomo che cerchi di sorvolare la stratosfera delle idee seriose degli adulti. Poco dietro un cono di luce illumina invece volute sonore, che si attorcigliano ai corpi dei personaggi.
Narratore e narrato si incontrano in una storia apparentemente scritta da sempre. È la fiaba di chi osserva la vita dall’altalena della purezza, che oscilla prima lentamente, poi più velocemente, in un continuo alternarsi di ritorni e fughe. Nessun contatto tra i coni di luce. Perché il puro rimanga tale c’è bisogno di osservare senza far bagnare il proprio sguardo nel sudiciume che imperla i viventi. L’astronauta può infatti solo disegnare oggetti da fornire al principe, merce di scambio che nel passaggio acquista continuamente sensi inattesi. Perché se la vita sfiorasse la purezza non potrebbe che farlo con i denti acuminati del veleno di un serpente. Invece lo sguardo del Piccolo Principe (Sonia Bergamasco) si posa su esseri delle più varie forme, ciascuno vittima della propria presunta unicità. Il tratto saliente dei personaggi incontrati dal Piccolo Principe diviene infatti per loro stessi una gabbia di vita. Quest’ultima si traduce nelle brillanti e perturbanti caratterizzazioni di Fabrizio Gifuni. L’uomo d’affari, come il sovrano, quanto la volpe non riescono ad approdare a quell’Altrove che, nel mancar loro, li descrive, ma sono tutti esattamente imprigionati nei gesti stereotipati dei loro corpi.
L’uomo d’affari è l’unico proprietario delle stelle, ma è ingabbiato nei suoi tesi movimenti, nel suo rimanere visibile solo in un costante profilo. La volpe ha il corpo inarcato, la mano che rabbiosa striscia sulle cosce, proprio come il suo essere finge di abbandonarsi all’addomesticamento altrui, mentre si intuisce un indomito orgoglio rabbioso rivoltarsi all’accettazione dei propri bisogni.
È proprio questa inquietudine, pienamente umana, eppure così distante dal candore dei personaggi de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, il marchio della rappresentazione di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni. Tanto la prima è diafana nelle sue semplici vesti bianche, tanto il secondo è carnale, intriso di una passione tutta umana, interprete di quelle vite immerse nell’ambivalenza struggente del desiderio di se stessi e dell’altro. Sono mondi destinati a rimanere distanti, immersi ciascuno nel proprio cono di luce, uniti solo dall’impellente necessità di scambiarsi emozioni e consapevolezza di vita.
Il Piccolo Principe ha compiuto un viaggio nella mente di un viaggiatore astronauta, da sempre impegnato nella ricerca delle risposte che solo la sua fantasia potrà dargli. Nel paesaggio lunare della propria mente l’astronauta saprà riconoscere i tratti della purezza che, come ogni degna meta ideale, svanirà come per il pubblico la fiaba svanisce nell’aridità del reale.

Luca Errichiello – Flaneri – 14 marzo 2013