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Il Piccolo Principe in concerto - Foto di Silvio Canini

"The Little Prince in concert" – 2011

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A Galleria Toledo omaggio al Piccolo (grande) Principe

L’alchimia di due corpi, due voci, due anime che con estrema naturalezza e bravura narrano ad un pubblico incantato la storia di un piccolo grande uomo.
Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco portano in scena a Galleria Toledo la favola del Piccolo Principe, la creatura narrativa di Antoine de Saint-Exupéry che con i suoi occhi grandi spalancati sul mondo, si interroga sul senso della vita.
Il Piccolo Principe nasce dall’estro della penna dello scrittore francese e gioca sul continuo parallelismo di punti di vista, quello adulto, in cui la prospettiva delle cose è per così dire inquinata dai vizi e dalle dissolutezze del mondo dei “Grandi” e quello invece puro e disincantato dei bambini.
Il candido fanciullo dai capelli color del grano (reso alla perfezione dalla presenza eterea e delicata della Bergamasco) si imbatte in un pilota di aerei (Fabrizio Gifuni), precipitato, a seguito di un’avaria al motore, nel bel mezzo del deserto del Sahara. Un luogo che è un non luogo, in cui eccetto la presenza dei due non c’è altra traccia della presenza umana.
I due si scrutano, si studiano, sono incuriositi l’uno dalla presenza dell’altro, ma è il Piccolo Principe a rompere il ghiaccio ed inondare di domande il serio pilota, alle prese con bulloni e viti da riparare. Il bambino penetra a poco a poco attraverso la corteccia di scetticismo con cui l’uomo che ha di fronte si protegge, e gli parla del suo mondo: un lontano asteroide del quale è l’unico abitante, circondato solo da tre vulcani ed un fiore narciso a cui egli dedica ogni cura. Ma nel suo vagabondare tra gli altri pianeti, prima di arrivare sulla Terra, il piccolo ometto ha visto e conosciuto cose a lui prima di allora sconosciute.
Con la sua ingenua purezza, il Piccolo Principe ha cercato di dissetare la sete di potere di un Re senza sudditi, di distogliere la vanità di un uomo tutto preso da se stesso, di consolare un ubriacone che lascia che il vino anestetizzi i suoi ricordi, di rallentare i ritmi di un uomo di affari che conta le stelle come se fossero titoli di banca, di liberare il custode di un lampione dal suo alienante compito di accendere e spegnere meccanicamente il lampione del suo pianeta ogni dì, ed infine di decifrare la fisionomia dei pianeti di fronte all’infelicità di un geografo che non ha gli strumenti per farlo.
Dal suo viaggio, il Piccolo Principe ha imparato che il mondo adulto è ben strambo, è fatto di gente che corre troppo, i suoi abitanti non hanno il tempo di fermarsi a guardare le stelle di notte, persi nell’affannosa ricerca della materia, senza capire che: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma forse c’è qualcuno pronto a recepire questo messaggio, attraverso piccoli, misurati gesti, attraverso le immagini di un disegno che nella sua immediatezza racchiude la sua essenza.
Questo qualcuno è il pilota disarcionato, che mostra grande sensibilità davanti al piccolo ma saggio amico. Sensibilità che emerge mista a commozione, quando il Piccolo Principe, dopo un anno di permanenza sulla Terra, decide di fare ritorno al suo pianeta e per farlo si affida al siero velenoso di un serpente che lo risucchia per condurlo a casa.
Il Piccolo Principe scompare così ma la sua presenza è ancora palpabile, nei semplici e chiari insegnamenti che lascia sulla Terra, rivolgendosi a “a tutti i grandi che sono stati bambini ma non se lo ricordano più”, come compare nella dedica al libro dell’autore.
Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco non potevano regalare un’interpretazione più limpida e toccante di quanto abbiano fatto dinnanzi ad una platea gremita che ha premiato l’eccellente rappresentazione  con un lungo e sincero scroscio di applausi.
Gifuni gioca con la voce, legge i passi del racconto, connotandoli di variegate sfumature e dimostra grandi ed indiscusse capacità recitative, altrettanto fa la sua compagna di vita e di scena che è riuscita a cogliere la delicatezza ed allo stesso tempo la forza del Piccolo Principe, icona ed alter-ego del Peter Pan che è in ognuno di noi. Il personaggio di Saint-Exupéry, condivide con il Peter Pan di Matthew Barrie quella stessa eternità riservata a chi non cresce mai, e i due interpreti colgono alla perfezione questo senso di infinito.
Il segreto è molto semplice, “non si vede bene che con il cuore”, dice il Piccolo Principe, allora come trasmettere questo al pubblico? Con l’immediatezza di una recitazione che abbatte ogni barriera tra spettatori ed attore, con l’accompagnamento musicale di scena che scandisce i passaggi di questo magico viaggio e l’altalena fluorescente che accoglie il Piccolo Principe come un guscio materno, grazie a tutto ciò arriviamo davvero all’anima del nostro vivere.

Arianna Esposito – Il Pickwick – 11 Marzo 2013

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Il Piccolo Principe in concerto

Il Piccolo Principe in concerto - Foto di Silvio Canini

"The Little Prince in concert" – 2011

From an idea by Fabrizio Gifuni and Sonia Bergamasco

Voices: Fabrizio Gifuni and Sonia Bergamasco

Live sound: Rodolfo Rossi

Lighting design: Cesare Accetta

In collaboration with Teatro Franco Parenti, Milan

Here is my secret, a very simple secret: you can only see things clearly with the heart; what is essential is invisible to the eye

This is one of the most valuable secrets contained in a book that tells of long journeys, fantastic encounters and the mysteries that we have always sought – and still seek – to resolve.

Let’s keep this secret well in mind, take it to heart: “What is essential is invisible to the eye,” and with bated breath, without expecting an answer but allowing the adventures of a child – a “little prince” with implacable, transparent gaze – resonate with simplicity and passion; and let’s open the book and begin to read, preparing ourselves for a long journey.

Sonia Bergamasco and Fabrizio Gifuni

Press

«(…) Non si punta a stupire ma a coinvolgere, le parole avvolgono lo spettatore per rapirlo e buttarlo nel mondo che il piccolo principe si è costruito. E’ uno spettacolo che ferma il tempo, regala il giusto spazio alle parole e gli restituisce il valore originale, qui non c’e’ fretta, siamo in uno spazio senza tempo né confine dove la voce è la nostra unica guida in un mondo di parole e sentimenti.» di Tamara Malleo, recensito.net

«…attraverso una gamma di articolazioni fonetiche colorate ed espressive, Gifuni e Bergamasco donano al testo una forza creativa, un amore che pervade in ogni accento, inflessione o cadenza sperimentati per interpretare i tanti buffi e teneri personaggi del racconto.» – www.teatrailer.it

Milan, Teatro Franco Parenti – from 27 to 30 October 2011

Milan, Teatro Franco Parenti – from 1 to 6 November 2011

Parma, Teatro al Parco – 12 November 2011

Pistoia, Teatro Circolo Culturale Il Funaro – 16 and 17 December 2011

Assisi, Piccolo Teatro degli Instabili – 7 December 2012

Fisciano (Salerno), Teatro dell’Ateneo – 19 December 2012

Bellaria, Teatro Astra – 12 January 2013

Arezzo, Teatro Mecenate – 26 January 2013

Rome, Teatro Vascello – from 8 to 10 February 2013

Lodi, Teatro alle Vigne – 17 February 2013

Pavia, Teatro Fraschini – 19 February 2013

Pomarance, Teatro dei Coraggiosi – 21 February 2013

Genova, Politeama Genovese – 26 February 2013

San Marino, Teatro Titano – 1 March 2013

Forlì, Teatro Diego Fabbri – 3 March 2013

Naples, Galleria Toledo – 9 and 10 March 2013

Saronno, Teatro Giuditta Pasta – 4 and 5 April 2013

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Gli indifferenti-spadaro

Gli Indifferenti

“Gli indifferenti. Parole e musiche da un Ventennio” - 2012

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Olocausto, il ricordo e l’indifferenza

Gli indifferenti: parole e musiche da un Ventennio, prima esecuzione assoluta”. E’ con questo spettacolo trasmesso in diretta da Rai-Radio3 che l’Accademia Filarmonica Romana ha celebrato lo scorso 27 gennaio la “Giornata della memoria”.
Le parole, sul palcoscenico della Sala Casella, erano quelle di Fabrizio Gifuni, attore solitario ma notissimo. Mentre la parte musicale era affidata al pianoforte di Luisa Prayer (nota non solo come raffinata interprete ma anche come fondatrice e direttrice del Festival internazionale “Pietre che cantano”) e alla voce di Monica Bacelli (soprano amato da grandi direttori come Abbado, Mehta, Pappano, e per la quale Luciano Berio ha scritto i ruoli di alcune sue importanti opere).
Un’ora e un quarto di spettacolo, asciutto, elegante, privo di fronzoli. Eppure è difficile immaginare un più intenso omaggio al ricordo dell’Olocausto, o meglio a quella parte dell’Olocausto che fu di stretta competenza italiana.
Da questo punto di vista, il punto di vista cioè del nostro Paese, al titolo “Gli indifferenti”, tratto dalla celebre affermazione di Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti”, oggi si potrebbe aggiungere qualcosa come “gli smemorati”. E poiché fra l’indifferenza di allora e la smemoratezza di oggi sembra esserci più di un legame, ecco che l’impostazione data allo spettacolo da Gifuni appare quanto mai opportuna. Nessun commento, nessuna lungaggine, nessuna retorica: carte, solo carte. Documenti inconfutabili, testimonianze incontrovertibili, evidenza dell’orrore.
Fra prologo ed epilogo, cinque momenti in tutto. “Gli anni del manganello”, dove giganteggia l’esilarante ritratto del cavaliere Benito Mussolini ad opera di Carlo Emilio Gadda. “Arte e regime”, con l’alternarsi di atteggiamenti diversissimi, dalla pavidità di Pietro Mascagni e Ildebrando Pizzetti al coraggio sprezzante di Toscanini. “Questioni di razza”, con il succedersi dell’intervista in cui Mussolini, nel 1937, dichiara al New York Times che agli ebrei italiani non sarà torto un capello, e dei famigerati “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” (1938). “Gli anni dell’Impero”, con lo sconvolgente telegramma in cui a Badoglio viene ordinato di usare in Africa i gas. Per concludere con “L’abominio”. Una pura e semplice lettura di articoli ferocemente antisemiti pubblicati da vari giornali italiani, fra cui il Corriere della sera.
Musiche di Richard Strauss, Tosti, Casella, Mascagni, Respighi, Pizzetti, Castelnuovo-Tedesco.

Nerina Spadaro – La Sicilia, 30 gennaio 2012

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Gli Indifferenti

"Gli indifferenti. Parole e musiche da un Ventennio" - 2012

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Parole e note. Esercizio per ricordare

“Si era arrivati a una situazione non so se più tragica o se grottesca: un blocco di milioni di uomini acconsentirono di obbedire a un branco di ladri e avventurieri sapendo che erano avventurieri e ladri, e non riuscirono a sperarne la liberazione se non da forze esterne…”. Con le parole di Raffaello Ramat nel 1943 si è aperto venerdì scorso alla Filarmonica Romana Gli indifferenti, parole e musiche da un Ventennio, uno spettacolo dedicato alla Giornata della Memoria. L’attore Fabrizio Gifuni, il mezzosoprano Monica Bacelli e la pianista Luisa Prayer hanno messo a confronto le dichiarazioni dei nostri intellettuali – soprattutto compositori come Pizzetti, Mascagni, Casella, ma anche giornalisti come Montanelli e filosofi come Gentile che aderirono al fascismo e ne furono complici -, con le musiche estetizzanti di quel ventennio che terminò con le leggi razziali e la follia della guerra. Gli indifferenti è un esercizio di memoria utile a sfatare la leggenda dura a morire degli “italiani brava gente” e un voluto cortocircuito con il presente. La frase di apertura dello spettacolo prima citata, come la stragrande maggioranza dei testi scelti, potrebbe infatti appartenere ai nostri giorni. Serve a ricordarci che la mancanza di memoria e l’indifferenza ci riguardano fin troppo da vicino. E bravi, coinvolgenti e convincenti sono gli interpreti nel rendere tutto questo senza forzature, ma con ammaliziata abilità, distacco, acida ironia.

OLTRE L’EPISODIO
Questo spettacolo meriterebbe di nonrestare solo un episodio della Giornata della Memoria 2012, magari aggiungendo una maggiore teatralità, viste le indubbie doti attoriali tanto di Gifuni, vero camaleonte alle prese con tante voci diverse, che di Bacelli, cantante con una sapienza scenica che spazia dalla follia barocca settecentesca alle più decantate atmosfere impressioniste di Pelléas et Métisande di Debussy, corroborati dalla verve musicale di Prayer impagabile nell’eseguire con meccanica follia le Variazioni di Casella.

Luca Del Fra – L’Unità, 31 gennaio 2012

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Gli Indifferenti

"Gli indifferenti. Parole e musiche da un Ventennio" - 2012

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Gli indifferenti, per non dimenticare gli orrori del Fascismo

For Fabrizio Gifuni, Shakespeare's Accademia Filarmonica Romana ha partecipato alla celebrazione della Giornata della Memoria con uno spettacolo che si è rivelato molto ben curato e di grande effetto sul pubblico.

Il titolo è Gli indifferenti. Parole e Musica di un Ventennio. Costruito grazie alla collaborazione tra l’attore Fabrizio Gifuni, la cantante Monica Bacelli e la pianista Luisa Prayer, tre artisti molto apprezzati oggi dalla critica e dal pubblico che seguono ogni loro specifico campo di azione.

E’ uno spettacolo strutturato come una riflessione su quel periodo tragico della nostra storia che va sotto il nome di fascismo, ideologia dalla quale l’Italia non è completamente affrancata nonostante le oggettive tragedie che essa ha scatenato sia nel nostro paese sia nel resto del mondo.

I tre artisti hanno effettuato un eccellente lavoro di ricerca sul quel periodo selezionando scritti, articoli di giornale, interviste, telegrammi, diari privati, documenti storici, musiche e canzoni, creando uno straordinario affresco sull’Italia di quel periodo citando personaggi come Piero Gobetti , Arturo Toscanini, Indro Montanelli, Pietro Mascagni, Alfredo Casella, Mario Castelnuovo Tedesco.

La struttura dello spettacolo prevede un serie di cinque capitoli ognuno dei quali dedicati ad una delle tappe della nefasta ‘escalation’ che condusse l’Italia ad uno dei punti più bassi della sua storia. Gli anni del manganello (l’affermazione del fascismo con la violenza), Arte e Regime (tutti i condizionamenti che ebbe il mondo artistico, in special modo quello della musica), Questioni di Razza (Le leggi razziali, l’ignomina forse più grande che un governo possa compiere), Gli anni dell’Impero (gli interventi devastanti per dominare gli inermi popoli dell’Africa), e l’Abbominio (l’ultimo atto della tragedia simboleggiata da Auschwitz ma che si è consumata in tanti altri posti come questo).

Queste tematiche avevano un prologo ed un epilogo che sintetizzavano con straordinaria chiarezza tutto il senso dello spettacolo che aveva una parte letteraria abbinata ad una parte squisitamente musicale, vocale e strumentale, tutti elementi che si fondevano tra loro in maniera del tutto soddisfacente. Sono state utlizzate musiche di Tosti, Casella, Mascagni, Respighi, Pizzetti, Castenuovo Tedesco, tutte molto emblematiche per rappresentare quel periodo storico.

Di grande rilievo la parte dedicata al rapporto tra Arte e Regime, con scritti di Casella ma anche dichiarazioni di Mascagni e Pizzetti accondiscendenti verso il regime ed il suo condottiero, parole che scuotono l’animo di chi ama una splendida arte come la Musica. Ad esse era contrapposto il pensiero del nostro grande Arturo Toscanini, antifascista fino al midollo, che seppe essere critico e distaccato verso il regime a costo di abbandonare l’Italia dopo i cosiddetti schiaffi di Bologna del 1931 che lo costrinsero a tornare in patria nel 1946, dopo la caduta del fascismo per riaprire, con un memorabile concerto, il Teatro alla Scala, riportato a nuovo dopo la distruzione dei bombardamenti.

La cosa che più ci ha colpito dello spettacolo è stato il prologo e l’epilogo affidato alle parole di Raffaello Ramat, critico letterario, professore di lettere all’Università di Firenze e partigiano; il 10 agosto 1943 scrisse dei pensieri che, per la loro perspicacia, potrebbero essere scritti ancora oggi.

Disse che la società dell’epoca era “un blocco di milioni e milioni di uomini i quali acconsentirono di obbedire ad un branco di ladri e di avventurieri sapendo che essi erano avventurieri e ladri, e non riuscivano a sperarne la liberazione se non da forze esterne a loro. E dimostravano la loro dissidenza o col pauroso parlottare segreto e vano o peggio con la barzelletta. Povera arma e segno interiore di debolezza”.

L’epilogo contiene parole altamente drammatiche: “il fascismo non è morto ancora. Esso non è nato in Italia nel 1919 ma ha radici lunghe e difficili da troncarsi in un giorno. Esse si stendono tenaci e talvolta invisibili nel nostro carattere, si avvolgono al dannunzianesimo, al demagogismo, al governo pontificio, austriaco, borbonico, al gesuitismo, alla controriforma.. si sono rafforzate in secoli di servilismo e d’abitudine alla menzogna, di ignoranza, di disonestà divenuta sistema, di retorica e di scetticismo, di egoismo e di insipienza governativa, di classismo gretto e di assenteismo stupidamente aristocratico degli intellettuali, di accademismo e di pigrizia. Il fascismo è stato l’erede di questo ammasso di tare e ha dominato per vent’anni perché gli italiani nel complesso avevano già dentro di loro la disposizione a quel regime. Bisogna epurarsi, ma radicalmente, interiormente, perché il nemico della libertà è ancora dentro di noi.”

Sono parole forti, impressionanti, ci fanno pensare alla situazione dell’Italia di oggi ma che ci debbono far riflettere, assieme anche al significato di tutta la Giornata della Memoria. Basti pensare a Vattani il console ‘fascio-rock’ che si permette di esaltare il fascismo pur rappresentando l’Italia e la sua Costituzione che, nata dalla Resistenza, fa proprio dell’antifascismo il suo pilastro fondamentale.

Un prologo ed un epilogo ai quali ha fatto da contrasto il Lied ‘Ruhe, meine Seele!’ (Riposa anima mia) scritto da Richard Strauss nel 1894 su testo di Karl Henckell, che lo stesso Strauss riprese nel 1948 con una versione per canto ed orchestra. E’ una sorta di incoraggiamento all’oblio, l’esatto opposto del significato intrinseco della Giornata della Memoria che esorta gli uomini a non dimenticare.

Lo spettacolo nel suo complesso è risultato molto ben calibrato al quale gli autori, poteva prevedere ma, al contrario, sono riusciti a renderlo coinvolgente ed avvincente, riuscendo a toccare le corde emotive del pubblico conducendolo per mano nel significato di tutti gli avvenimenti ricordati.

Tutto ciò è stato ottenuto grazie alla bravura dei tre artisti con Fabrizio Gifuni che ha confermato la sua coinvolgente recitazione, una qualità che già avevamo apprezzato ne L’ingegner Gadda va alla guerra. Poi Monica Bacelli, cantante molto raffinata, dalle emissioni dolci e delicate, sempre espressiva, che ha saputo dare alla sua interpretazione la necessaria dimensione cameristica. Una parte musicale alla quale la pianista Luisa Prayer ha saputo mettere a disposizione tutta la sua classe di strumentista per un’esecuzione risultata affascinante, poetica ma altamente drammatica.

Lo spettacolo che ha avuto come sfondo la Sala Casella situata nella storica sede dell’Accademia Filarmonica Romana, è stato applaudito a lungo dal pubblico convenuto numeroso, molto evidentemente emozionato dai fatti raccontatati, ottimo strumento per tenere viva la Memoria di quei tragici anni con la speranza che ciò che accadde non si verifichi più.

Claudio Listanti – La Voce, 1 febbraio 2012

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Gli Indifferenti

"Gli indifferenti. Parole e musiche da un Ventennio" - 2012

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Gifuni, sul palco per dare voce alla memoria

E questa sera al Comunale replica per “Gli indifferenti”, applaudito spettacolo con Bacelli e Prayer.

Se è vero che “Il sonno della ragione genera mostri”, la cancellazione della memoria toglie al singolo e alle comunità la capacità di conservare quelle tracce delle esperienze passate, di valutare gli errori e gli orrori e dunque si è destinati a ripeterli. Il teatro è senz’altro il luogo della memoria per antonomasia: se una storia, un fatto, un avvenimento, calcano le scene di un teatro sono destinati al ricordo eterno. Da Omero a Shakespeare, dal Ruzante a Goldoni, da Cocteau e Tenesse Williams fino ai giorni nostri il teatro è lì, puntuale e preciso a far riemergere quello che spesso vogliamo dimenticare. L’altra sera al Comunale di Ferrara è andato in scena con “Gli indifferenti. Parole e musiche da un ventennio”, (si replica anche stasera) una riappropriazione della memoria grazie alla forza e determinazione di un intenso e camaleontico Fabrizio Gifuni che ha dato voce a scrittori, giornalisti e artisti; al mezzosoprano Monica Bacelli, splendida voce scelta dai più grandi direttori d’orchestra; e dalla raffinata pianista Luisa Prayer. Attraverso l’intreccio di musica, parole e parole cantate si sono presentati i vent’anni dominati dal fascismo nel nostro Paese mettendo a nudo il rapporto tra società e cultura, tra intellettuali e potere. L’arte ha il diritto – in nome della sua indipendenza – di estraniarsi da quello che le sta attorno? O, se non girarsi dall’altra parte, di essere supina e servile del potere? Gifuni snocciola parole e parole e alla fine ti cresce il desiderio di sapere chi le ha pronunciate e chi le ha scritte e ci rimani male quando legge la lode sperticata al Duce e in fondo c’è la firma di Pietro Mascagni, l’autore di “Cavalleria rusticana”. O quando Gifuni ricorda le parole del giornalista Indro Montanelli che nel 1936, andato come volontario a combattere in Etipia, scriveva che occorreva avere coscienza della superiorità della nostra razza. Non fai neanche in tempo a pensare che magari dopo ha cambiato idea e l’attore ripete il testo di una intervista di Montanelli a Biagi del 1982, dove dice che lui si era sposato con una dodicenne abissina e che là a 12 anni le ragazza sono un’altra cosa e che era come un animale docile. In mezzo a queste parole recitate ci sono quelle messe in musica e la Bacelli con “La chiamava Capinera per i suoi ricci neri e belli, stava sempre fra i monelli per la strada tutto il dì” di Amerigo Giuliani fa da contrappunto all’attore.
Ed è proprio nei momenti in cui il ventennio opera le sue maggiori atrocità, come le leggi razziali o l’abominio dell’annientamento ebraico, alle parole tremendamente omicide di Rudolph Hoess comandante di Auschwitz, e a quelle di Paolo Monelli del Corriere della sera del 1939, sempre sugli ebrei, o a quelle del giornalista romano che scrive (1941) un articolo sul “sozzo Charlot”, che la musica della mezzosoprano diventa un insensato vocalizzo: alle atrocità la cultura risponde balbettando in musica. Non c’è stata nessuna reazione? No, qualcuno ha alzato la testa come Arturo Toscanini, costretto a lasciare l’Italia. Gifuni apre e chiude la serata con le parole di Raffaello Ramat, partigiano e docente universitario a Firenze che scrive, nell’agosto 1943, che una classe è soprattutto responsabile di quanto è accaduto: quella degli scrittori. “Odio gli indifferenti – scriveva Antonio Gramsci – vivere vuol dire essere partigiani”. Tantissimi applausi e ripetute chiamate in scena, per tutti e tre gli interpreti.

Fabio Ziosi – La Nuova Ferrara, 22 dicembre 2013

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Gli indifferenti – Parole e musiche da un Ventennio

Gli Indifferenti

The Indifferent. Words and music by a fascist Ventennio -2012

From an idea by Fabrizio Gifuni, Monica Bacelli and Luisa Prayer
Narrator: Fabrizio Gifuni
Singer: Monica Bacelli
Piano: Luisa Prayer

Literary critic Raffaello Ramat, professor of literature at the University of Florence and a partisan in August, 1943 writes: “It got to be a situation I no longer know whether tragic or grotesque, of a block of millions and millions of men who agreed to obey a bunch of thieves and adventurers, knowing that they were adventurers and thieves, and they could not hope for release if not by forces outside of themselves. (…) It must be clearly stated that one class above all is responsible for this general demoralization: the writers. I invite young people to re-read newspapers of previous years and to collect the pages of cowardice – not to laugh at them, but rather to weep over them.”
What words were written, and what “music” was played during the fascist Ventennio? What were the roles of the official press, and of the clandestine one? Is it granted to artists, in the name of artistic autonomy, to be indifferent to what is going on around them? How did intellectuals in our country react, or accommodate, as Italy and Europe produced what was a catastrophe of consciousness even before it was political? What music was being played while the “racial laws” were being promulgated?
Monica Bacelli (singer), Luisa Prayer (pianist) and Fabrizio Gifuni (actor) deal with this subject – each with their own instrument – bringing together original historical materials: newspaper articles, private diaries, historical documents, telegrams, music and songs. From Gobetti and Montanelli, to Toscanini and Mascagni, through Tosti, Pizzatti, Gadda, Calamandrei, Casella, Respighi and Castelnuovo Tedesco.
For the Day of Remembrance, Bacelli, Prayer and Gifuni – artists of their own times – ask themselves the meaning of their own work, in the past and the present, giving rise to a concerted action against indifference, to renew the value and the meaning of experiencing memory.

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Gadda and the theater, a sacred act of consciousness

“Gadda e il teatro, un atto sacrale di conoscenza”, Lezione/spettacolo - foto di Gualtiero Pedriali

Gadda and the theater, a sacred act of consciousness" - 2012 Lesson/performance

From an idea by Fabrizio Gifuni, based on texts by Carlo Emilio Gadda

with Fabrizio Gifuni

For over ten years, Fabrizio Gifuni has been conducting an intensive, in-depth study of the work of Carlo Emilio Gadda: from the show “Gadda Goes to War, or, the Tragic History of Amleto Pirobutirro" – to the second stage of the project “Gadda and Pasolini, the anti-biography of a nation”Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione(That Awful Mess in the Via Merulana)in its entirety(for Emons audio-books).

“Gadda and the theater…”is a lesson-performance in which the actor
reads and reinterprets some of the most stunning passages by the Great Lombard,and reveals the ties that bind him to this author. and L’incendio di Via Keplero (The Fire in Via Keplero)20th century Italianliterature, and to restore themeaning of passionEros and Priapusthe audience.

Rome, University of Tor Vergata – Auditorium Ennio Morricone – 30 May 2016

Rome, Accademia dei Lincei – 18 June 2015

Verona, Teatro Romano Festival della Bellezza - 4 June 2015

Cambridge, Massachusetts – Harvard University 26 April 2015

Pordenone, Festival Pordenonelegge – 19 September 2014

Turin, San Pietro in Vincoli – 24 January 2014

Rome, Teatro Vascello “Le vie dei festival” – 16 December 2013

Lugano, Università della Svizzera Italiana – 8 novembre 2013

Milan, Teatro Franco Parenti – 5 November 2013

Nuoro, Teatro Eliseo “Associazione Bocheteatro” – 18 October 2013

Ivrea, Festival “La grande invasione” – 22 June 2013

Bari, Teatro Forma – BiFest – 17 March 2013

Imola, Teatro Stignani – 23 October 2012

Sassari, Rassegna “One Concept, One Idea Festival” – 12 October 2012

Milan, Politecnico di Milano – 17 May 2012

Press

“È come se Fabrizio Gifuni ce l’avesse in corpo, Carlo Emilio Gadda. Come se le parole del grande scrittore milanese gli divampassero nella voce. Come se il senso sconvolgente e l’ etica intollerante di Gadda fossero musica per la tecnica attoriale di questo artista contemporaneo sempre in trincea, sempre sulla scena dell’impegno.”
Rodolfo Di Giammarco (La Repubblica)

“L’interpretazione è sublime, il pathos palpabile e il pubblico trepida sulla sedia per esprimere la propria ammirazione per la lettura così colorita, sentita e evocativa di un passo tutt’altro che semplice. È di scena la passione, prima ancora che una pagina della letteratura italiana…”
“Condotti nel vortice delle parole di Gadda, incalzati dai gesti che anticipano la parola, ci si chiede dove si andrà a parare, dove si arriverà, quanto in avanti si possa spingere questa svelatura così impietosa e accesa. Alla fine è chiara a tutti la fine satira politica e soprattutto umana che non si può non ammirare nell’impressionante interpretazione”.
Francesco Zeffiri (ithinkmagazine.it)

“Gifuni è un fascio di nervi, pervaso dalla tensione emotiva che si fa tensione fisica nel farsi abitare e pervadere da Gadda, intenso, appassionato e appassionante., capace di far vibrare le corde della scrittura nelle sue molteplici dimensioni: drammatica, pittorica, poetica, ironica e grottesca”.
Cl.Del. (Il Gazzettino Veneto)

“Un Fabrizio Gifuni al top ha nuovamente incantato una folla, una gran folla radunatasi a Pordenonelegge venerdì sera per sentire l’attore dar vita ai testi di uno degli autori più grandi – e forse anche più negletti – del novecento italiano, Carlo Emilio Gadda. Una recita-lezione in cui tutte le grandissime qualità di attore e divulgatore di Gifuni si sono mostrate al loro vertice qualitativo più alto, in uno spettacolo coinvolgente che ha strappato moltissimi applausi.”
OppurePordenoneBlog.it

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Concerto per il Millenario di Piero della Francesca

Piero della Francesca

"Concert for the Millennium of the City of Piero della Francesca" - 2012

Trascriptions by Salvatore Sciarrino of music by Domenico Scarlatti, performed by the Quartetto Prometeo

Fabrizio Gifuni reads "The story of how The Resurrection by Piero della Francesca saved Sansepolcro from certain bombing"“

“"Shadows in the Morning of Pieroby Salvatore Sciarrino, performed by the Quartetto Prometeo

Sansepolcro, Sala della Resurrezione del Museo Civico – 29 September 2012

"The story of how The Resurrection by Piero della Francesca saved Sansepolcro from certain bombing" (From the Diary of Antony Clarke)

Accadde nel 1944. Ero allora comandante di squadra nella batteria ‘A’ Chestnut Troop, Primo Reggimento, R.H.A. Il reggimento fungeva da artiglieria di sostegno all’indipendente Nona brigata corazzata e i Chestnut erano d’appoggio al Terzo Ussari.
Ricordo che per un certo periodo restammo di stanza intorno a Città di Castello e che poi muovemmo verso nord. Fu durante questo spostamento che mi comandarono di trovare un punto d’osservazione che dominasse Sansepolcro.
Da principio avanzai col mio carro sui declivi orientali delle colline che davano ad est, poi proseguii a piedi sui crinali, con un segnalatore ed una radio portatile, fino a raggiungere i più avanzati pendii. Ricavammo uno spiazzo all’interno di un gran cespuglio, ci sistemammo nella maniera più comoda possibile – stavamo infatti per trascorrervi l’intera giornata – e ci mettemmo ad osservare e ad aspettare. Non eravamo in comunicazione diretta con le nostre batterie (il che può aver avuto una qualche influenza su ciò che accadde in seguito), perché la nostra radio non ne aveva la portata. Eravamo, però, in contatto con il carro, la cui radio era sintonizzata con quella della batteria.
Detti l’ordine che un cannone di una data fila e portata sparasse un colpo solo da qualche parte nel mezzo della valle; in questa maniera, se avessi dovuto cannoneggiare all’improvviso, avrei saputo quali ordini impartire, senza arrabattarmi qua e là con carta geografica e goniometro. I nostri cannoni si trovavano due o tre miglia a sud. Restammo quindi in attesa.
All’alba sorse il sole nel cielo terso: davanti a noi si vedeva chiaramente Sansepolcro. C’era il sospetto che il nemico fosse ancora in città – mi dissero via radio – e, di conseguenza, dovevo cannoneggiarla prima che le nostre truppe si avvicinassero. Così regolai il tiro sulla città e feci partire due o tre scariche di batteria. Marcus Klinton, mio comandante di batteria, mi informò via radio che c’erano abbastanza munizioni e, perciò, potevo procedere ed anche usarne a mio piacimento. Il mattino seguente sarebbe stato lanciato l’attacco e nostro compito era liberare prima la città. Così cominciai a cannoneggiare Sansepolcro. Intanto con il binocolo scrutavo di lontano la città metro per metro, senza riuscire a scorgere da nessuna parte il minimo segno della presenza del nemico, anche se ciò naturalmente non voleva dire che avesse abbandonato la città.
In quel preciso istante, cominciò a tormentarmi un dubbio. Ma io il nome di Sansepolcro lo conoscevo già! E perché conoscevo quel nome? L’avevo sentito da qualche parte? Se me lo ricordavo, doveva essere stato in relazione a qualcosa di importante? Ma non riuscivo a ricordare bene né dove né quando.
Nel frattempo io e il segnalatore ricevemmo la visita di un ragazzo, coperto di stracci, con un cane. Gli dicemmo:”Tedeschi…Sansepolcro”, indicando la città. Lui scosse il capo, fece una smorfia e indicò le colline. I tedeschi per lui avevano abbandonato Sansepolcro; era, dunque, una ulteriore conferma alla mia ipotesi.
Fu allora che mi tornò in mente la ragione per cui conoscevo già il nome di Sansepolcro: “La più bella pittura del mondo!”. Dovevo avere diciotto anni circa quando lessi un saggio di Aldous Huxley . Ricordavo con chiarezza la descrizione di un suo faticoso viaggio da Arezzo a Sansepolcro e , tuttavia, quanto meritasse farlo quel viaggio, dato che a Sansepolcro c’era la Resurrezione di Piero della Francesca, “la più bella pittura del mondo”.
Feci il calcolo dei bossoli sparati e fui sicuro che, se non avessi ancora distrutto ‘ la più bella pittura del mondo’, avrei potuto, proseguendo il bombardamento, danneggiarla gravemente. Così feci cessare il fuoco. L’ufficiale superiore che comandava l’operazione mi chiamò via radio per sapere perché avevo interrotto il bombardamento; lo rassicurai, dicendogli che non vedevo postazioni nemiche da bombardare. Non avendo certezze sulla presenza del nemico a Sansepolcro, mi resi conto che avevo preso una decisione molto coraggiosa ma rischiosa, che avrebbe potuto costarmi la corte marziale, qualora la fanteria alleata, entrando a Sansepolcro, fosse stata sorpresa ed attaccata nella sua avanzata. Ci fu un’interruzione della comunicazione radio che mi salvò dall’obbligo di fornire una ulteriore spiegazione. Io e il segnalatore ci sedemmo sotto le fronde che ci nascondevano, scrutammo ancora con il binocolo la città, senza scorgere ombra del nemico. Quando fece buio, ci ritirammo e tornammo alla postazione della batteria.
Il giorno dopo facemmo il nostro ingresso a Sansepolcro, senza perdite per noi e senza incontrare resistenza. Domandai subito dove si trovava la Resurrezione. Ci andai e vidi che il Palazzo comunale era intatto. Entrai.. ed eccola sana e salva, e magnifica la Resurrezione di Piero,’ la più bella pittura del mondo’, così come l’aveva descritta Huxley:
“Dipinta ad affresco, i suoi colori chiari eppure sottilmente sobri risaltano sulla parete con intatta freschezza. Non dobbiamo ricorrere all’immaginazione per indovinare la bellezza; è là, dinanzi a noi in tutto il suo splendore. Piero ha fatto della semplice composizione triangolare il simbolo tematico. La base del triangolo è costituita dal sepolcro; mentre i soldati che dormono attorno ad esso hanno la funzione di indicare, con le loro posture, il convergere verso l’alto dei lati, i quali si incontrano al vertice, sul volto del Cristo risorto. Il quale si sta ergendo con un vessillo nella mano destra e con il piede sinistro già alzato e appoggiato sull’orlo del sepolcro, pronto ad incamminarsi per il mondo. Nessun altra struttura geometrica avrebbe potuto essere più semplice ed adatta. Ma l’essere che si leva dalla tomba dinanzi ai nostri occhi è molto più simile ad un eroe di Plutarco che al Cristo della religione cristiana. Il suo corpo è sviluppato alla perfezione come quello di un atleta greco, ed emana una tale forza che la ferita sulla massa muscolare del fianco appare quasi irrilevante. Il volto è deciso, pensieroso; gli occhi freddi. L’intera figura è espressione del potere fisico ed intellettuale. E’l’ideale classico che risorge dalla tomba nella quale era giaciuto per molte centinaia di anni, incredibilmente più maestoso e bello della stessa realtà classica”. Queste le parole di Huxley.
La gente intanto aveva cominciato a ripararla con sacchetti di sabbia, ma erano arrivati solo all’altezza della vita del Cristo risorto. Alzai gli occhi al soffitto e realizzai che sarebbe stata sufficiente una solo granata per distruggere quel capolavoro. Talvolta mi chiedo come mi sarei sentito, ora, se mi fosse capitato di distruggere la Resurrezione. Per un momento ho pensato di scrivere ad Aldous Huxley. Ciò che era accaduto avrebbe potuto costituire un bell’esempio del potere della letteratura, e di come la penna sia più potente della spada!
Sono tornato a Sansepolcro molti anni dopo, il sindaco Ottorino Goretti (sindaco dal 1964 al 1976) mi consegnò le chiavi della città, onorandomi della cittadinanza.
Il sindaco Goretti in quell’occasione disse:
.Ricorre quest’anno il ventennale della Liberazione; e mentre torna alla mente il ricordo di eventi tristi e tragici, con gioia vogliamo ricordare e celebrare un avvenimento ispirato da calorosa e profonda umanità, e dal rispetto ed amore per la civiltà e la storia. Quanto accadde in quel lontano 1944, ad opera del capitano Clarke che salvò la Resurrezione di Piero della Francesca e Sansepolcro dal bombardamento, sta a ricordarci come l’attenzione alla cultura e all’arte abbia sconfitto la brutalità della guerra. Possiamo, perciò, sperare che vedremo un giorno la fine delle guerre, che le nostre comunità potranno vivere in armonia , e che l’arte e la cultura porteranno, finalmente, la pace fra i popoli”.

Il capitano inglese, Anthony Clarke, insignito della Croce militare per ‘valore e coraggio in combattimento’ è morto nel 1981, a Cape Town, in Sudafrica, dove si era ritirato aprendo una importante libreria. A Sansepolcro, una via porta il suo nome, a ricordo di quando la Resurrezione salvò Sansepolcro dal bombardamento.

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Lo straniero

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"The Stranger, an impossible interview" - 2013

from The Stranger by Albert Camus
with Fabrizio Gifuni
Sound G.U.P. Alcaro
Costumes Roberta Vacchetti
Dramaturgy Luca Ragagnin
Directed by Roberta Lena
Produced by Il Circolo dei lettori

1st performance at Turin's Teatro Carignano - Festival Torino Spiritualità - 26 September 2013

Radio 3, Sala A di Via Asiago – 6 November 2013

Milan, Teatro Franco Parenti – 2 and 3 July 2014

Rome, Teatro Vascello – Le Vie dei Festival – 17 October 2014

Parma, Teatro al Parco – 31 October 2014

Santa Croce sull’Arno (Pisa), Teatro Verdi – 10 aprile 2015

Pistoia, Teatro Manzoni – from 1 to 3 April 2016

Pavia, Teatro Fraschini – 5 April 2016

Pordenone, Teatro Comunale Giuseppe Verdi – 7 April 2016

Cesena, Teatro Bonci – 12 and 13 April 2016

Modena, Teatro Storchi – from 14 to 17 April 2016

Firenze, Teatro Niccolini – from 19 to 24 April 2016

Milan, Teatro Franco Parenti – from 24 to 27 May 2016

Verona, Teatro Romano – 8 June 2016

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